1) Salvoldi e l’Italia della pista: il cammino verso Los Angeles 2028 inizia ora
C.T. Salvoldi, siamo a metà del quadriennio olimpico, a che punto è il percorso verso Los Angeles 2028? Si riesce a lavorare con gli atleti che sono impegnati anche su strada o si fa fatica a portarli in pista?
«In realtà la strada verso l’appuntamento olimpico inizia ora: è dal prossimo mondiale di Shanghai, a ottobre, che si inizieranno a raccogliere punti. Per quanto riguarda la costruzione della squadra, c’è sempre un po’ un lavoro di mediazione con le squadre per trovare gli accordi» dice Edoardo Salvoldi. Un lavoro che, spiega, è suo malgrado diverso da quello degli altri Paesi: «Noi siamo un po’ un unicum, perché nelle altre nazioni ci sono i migliori atleti della pista che utilizzano la strada come mezzo di allenamento per gli obiettivi della pista, mentre noi abbiamo i migliori corridori su strada che fanno anche pista, quindi sono doppiamente stressati, devono andar forte su strada e anche in pista.»
Dai mondiali si inizia a fare sul serio in chiave olimpica: ha trovato disponibilità da parte dei corridori della strada e delle loro squadre?
«Per quanto riguarda Filippo Ganna e Jonathan Milan, è una loro volontà fare anche pista. Soprattutto per loro e per chi corre nei top team questo è un ambiente che sentono familiare e dove tornano volentieri, forse perché sentono meno pressione: i ragazzi della pista sono un gruppo di amici oltre che di professionisti. Questa sera a Fiorenzuola c’è anche Simone Consonni: tra il Giro d’Italia e il tricolore ha avuto un calo, ma ora è in formissima. Con le squadre è sempre un lungo lavoro di mediazione, perché i programmi sono fitti: non sempre tutti possono esserci, ma per i prossimi mondiali avremo tutti a disposizione»
Ha parlato di un gruppo Under 23 costruito per crescere in 3-4 anni: chi di questi ragazzi sta bruciando le tappe più del previsto, e chi invece ha bisogno di più pazienza?
«Di tutto il blocco Under 23 che ha fatto così bene anche agli ultimi Europei, il più cresciuto è Matteo Fiorin» — lo stesso Fiorin che proprio a Fiorenzuola ha vinto l’Eliminazione e, in coppia con Niccolò Galli, l’Americana Maschile Elite, dopo un 2026 fatto di successi in Coppa del Mondo, Europei Under 23 e in una frazione del Giro Next Gen.
Ha già in mente un’idea della nazionale? Possono esserci degli innesti rispetto al quartetto “titolare” o puntiamo sempre su quei quattro nomi?
«Per forza di cose due o tre del gruppo giovani dovranno essere aggregati al quartetto ai mondiali: nell’inseguimento sono cresciuti tanto Etienne Grimod e Christian Fantini, ma soprattutto Renato Favero, che mi sembra quello più pronto a entrare nel quartetto titolare. C’è anche Alessio Magagnotti che a breve tornerà a gareggiare su pista e sicuramente è un nome su cui puntare. Ha detto Elia Viviani che è il nome del futuro per le volate? Se lo dice lui… chi sono io per contraddirlo!» (ride).
La pista italiana ha vissuto anni di risultati straordinari (al maschile Milan, Ganna, Viviani, il quartetto…): da parte della federazione la richiesta è di fare il meglio con i mezzi a disposizione o di ripetere il possibile?
«Per quanto riguarda i risultati, non è che ci siano delle vere e proprie richieste però... siamo qui a fare se non lavoriamo per quel fine!» ride Salvoldi, per poi farsi più netto: «È da più di metà della mia vita che sono tecnico nazionale, c’è consapevolezza di dover fare i conti con le risorse e i mezzi. Il discorso non è che se in federazione mi danno tanto pretendono tanto — a parte che quel “tanto” non è che lo si veda proprio sempre (sorride) — ma da parte nostra si fa il massimo con le risorse che si hanno».
Alle ultime Olimpiadi il quinto uomo, la riserva, è stato Manlio Moro, che poi non si è più visto in nazionale. E fattosi da parte Viviani (ritirato), le prime “caselle da occupare” saranno quelle della Madison.
«Moro ha lavorato e lavora tanto per essere in nazionale, nella scorsa stagione ha avuto tanti problemi, ma lui si impegna per essere nel nostro giro. Anche lui alterna la pista con la strada, e a breve tornerà in pista».
Sul discorso Madison e sulla composizione della squadra olimpica, il ct allarga la risposta a tutto il discorso qualificazione: «Ai mondiali di Shanghai, che si svolgeranno dal 14 al 18 ottobre 2026, posso dire che avremo la squadra completa e la migliore possibile: per Los Angeles punteremo sul gruppo che ha reso grande l’Italia su pista, ma certo c’è un gruppo giovani che sta crescendo e lavorando. In chiave olimpica pesa molto il regolamento: è difficile dire i nomi per le Olimpiadi, ci saranno solo 8 quartetti qualificati invece che dieci come a Parigi. Già a Parigi si potevano portare solo quattro atleti e una riserva: non escludiamo di poter fare scelte analoghe a quelle delle ultime Olimpiadi, prendendo corridori che possano essere schierati anche nella prova su strada e nella cronometro. Per la Madison anche lì ci sarà da fare delle scelte, ma dipenderà anche dalla loro capacità di adattarsi. È sempre un po’ un lavoro faticoso nelle specialità di team, occorrerebbe trovare più momenti insieme, ma la difficoltà di avere atleti tanto impegnati anche su strada è anche quella di fare sempre fatica a trovare la quadra per incrociare i calendari.
Insieme a voi, per le prossime Olimpiadi, sta lavorando anche Pinarello per fornire un mezzo sempre più performante? Alle ultime Olimpiadi a più di uno erano sorti dubbi vedendo i mezzi delle altre formazioni.
«Alle ultime Olimpiadi io non c’ero, non so dire a che punto era lo sviluppo di Pinarello. Però posso dirti che sono certo che Pinarello sta lavorando per fornirci i mezzi migliori: per i mondiali 2026 arriverà la nuova bici».
a cura di Paolo Armentini
2) Il mio sorso di Tour
Evian-les-Bains (proprio quella dell’acqua minerale) brulica di turisti variamente consapevoli, cicloentusiasti e addetti ai lavori, compreso quello della EF in fila davanti a noi alla boulangerie, al quale la proprietaria spiega che no, non esistono sandwich vegetariani. Una sfilza di bandierine gialle è drappeggiata sul corso principale, ovunque nelle vetrine ci sono biciclette, pois rossi e maglie verdi. Facciamo tappa qui, anche noi, come il Tour.
Tutto sembra perfettamente normale nella sua straordinarietà: qui la corsa è endemica, eccezionale senza essere stato d’eccezione, e si respira nell’aria cristallina d’altitudine e nel profumo di caffè che esce dai bus delle squadre. Il sole batte forte sulle rampe che si inerpicano sulla Côte de Larringes: saliamo lentamente lungo sentieri e strade secondarie, ma se mi giro il lago trova sempre il modo di spuntare tra le fronde degli alberi e il mormorio dell’acqua che scende a valle accompagna il ritmo del nostro respiro.
Io sono già stata tra queste montagne.
La me di quattro anni fa sorride dall’altra sponda del Lemano dopo cinque ore di attesa concentrate nella schiena verde di Wout van Aert che emerge dal gruppo, quel genere di euforia che solo le sue vittorie sembrano infondere nella folla. Quel genere di cose che ti fanno venire voglia di scriverci su.
La cronometro è un esercizio di scomodità, pazienza e misura ma, come quasi ogni cosa nel ciclismo, democratica: nessuno rimane davvero indietro, anche quando viene ripreso e superato, nessuno passa senza suscitare la ola della folla schierata a bordo strada. Rifletto sulla mia natura di suiveuse, stavolta senza maglie, sempre senza cartelli: solo la nuda voce che si spezza, le mani che formicolano a furia di applaudire al passaggio dei corridori. La curva belga che vedo poco più in basso rispetto a dove ci siamo accampati ci segnala il passaggio dei connazionali issando ogni volta il tricolore; i danesi, rimasti senza Vingegaard da supportare, raddoppiano se possibile il tifo per Pedersen e gli altri scandinavi.
Il ritmo dei passaggi è sostenuto, ma non martellante, e mi verrebbe quasi voglia di schiacciare un pisolino all’ombra mentre il gruppo si sgrana di fronte a noi. La gara, vista la situazione, è qualcosa che rimane inevitabilmente sullo sfondo: un esercizio di geometria, linee che vanno da un punto di partenza a uno di arrivo, il loro percorso. Se qualcuno va forte, i minuti dal successivo sembrano ore. Ma c’è una certa intimità nel passaggio dei corridori e, nella loro solitudine, alla fine ti sembra di conoscerli tutti un po' di più.
Come le tessere un enorme domino - punti e linee - lungo 26 chilometri, il passaggio dell’ultima saetta gialla è il segnale per sciogliere la compagnia. Non ho mai abbandonato così presto una postazione. La vista del panorama dall’alto ci spoglia di quella sensazione di incompiutezza, mentre telefono alla mano seguiamo le ultime pedalate della tappa. E il ritorno sembra sempre più breve dell’andata.
La sera rimaniamo in città: il sole indugia e ancora si vede in giro qualcuno che porta addosso i segni della corsa, una macchina ritardataria col numero della carovana attaccato al parabrezza. Dal lago sale un vento freddo che ne increspa la superficie e un po’ mi fa pensare che, partito il Tour, a Evian sia finita anche l’estate.
A cura di Ilaria Pieri






