Due ruote, due mondi
I petrodollari e le skyline di Abu Dhabi da un lato. Dall'altro il fango di Matera e una volata da sesto su sei. Il ciclismo può spaziare tra questi due estremi
1) Come gli Emirati Arabi Uniti hanno inondato il ciclismo con il loro soldi, dall’inizio

L'UAE Tour si è concluso domenica 22 febbraio con la vittoria finale di Isaac Del Toro, e per qualche giorno il ciclismo mondiale ha pedalato dentro una cartolina: grattacieli di vetro, autostrade deserte, resort da rendering. Una regia attenta, che usa la corsa come fondale scenografico per un racconto preciso: quello di un Paese aperto, moderno, ospitale. L'UAE Tour è l’apoteosi del progetto di investimento sportivo degli Emirati Arabi, che nel ciclismo si concretizza nel team UAE Emirates-XRG (vincitrice di quattro edizioni su otto, e a podio nelle ultime sette): non solo una squadra di ciclismo (peraltro la più vincente del WorldTour) ma un dispositivo geopolitico sofisticato, in cui sport, finanza statale e proiezione internazionale si tengono insieme con una coerenza che non è casuale.
Le origini: da Lampre a vetrina del Golfo
La UAE Emirates è la prosecuzione diretta del team Lampre-Merida, sodalizio lombardo in crisi finanziaria che l'intervento emiratino salvò dotandolo di un budget plurimilionario e una missione che andava ben oltre i risultati sportivi. Il team fu presentato il 4 gennaio 2017 ad Abu Dhabi, con Matar Suhail Al Yabhouni Al Dhaheri alla presidenza e Mauro Gianetti — ex professionista con un passato alla Saunier Duval ai tempi dello scandalo Riccò — come CEO. Pochi giorni dopo Emirates Airlines diventò co-sponsor principale. I partner si moltiplicarono rapidamente (First Abu Dhabi Bank, Emaar, XRG e altri soggetti riconducibili allo Stato), portando il budget annuo oltre i 50 milioni di euro. Il ritorno stimato in visibilità globale, secondo Gianetti, supera i 400 milioni di dollari.
L’ascesa sportiva e la macchina del consenso
La crescita fu rapida. Nel 2019 esplose Tadej Pogačar, seguito dal Tour de France 2020, dal bis nel 2021, dalla doppietta Giro-Tour nel 2024, dal titolo mondiale. Nel 2023 il team conquistò il primo posto nel ranking UCI con 57 vittorie stagionali; nel 2025 il record assoluto con 97. Nel 2021 l'espansione si estese al ciclismo femminile con la UAE Team ADQ, sostenuta dall'omonimo fondo sovrano di Abu Dhabi e presentata come contributo allo sviluppo dello sport femminile. L'International Service for Human Rights la definì "profondamente discutibile": finanziare una squadra femminile in un Paese che discrimina sistematicamente le donne non è un gesto di apertura, è maquillage reputazionale.
Lo sportwashing: l’elefante nella stanza
Le accuse di sportwashing accompagnano il team almeno dal Tour de France 2020, quando il dominio sportivo amplificò contemporaneamente la visibilità degli sponsor statali. Amnesty International, Human Rights Watch e le Nazioni Unite hanno documentato operazioni militari contro civili in Yemen e Sudan riconducibili agli Emirati; sul fronte interno, il caso più emblematico è quello di Ahmed Mansoor, attivista incarcerato per le sue denunce al governo, oggi simbolo internazionale della repressione del dissenso. Il nodo non riguarda la qualità dei corridori né la gestione tecnica del team. Riguarda il sistema di potere in cui la squadra è immersa, e di cui è parte integrante.
TBZ e la rete del potere
Al centro di questo sistema si staglia la figura dello sceicco Tahnoun bin Zayed Al Nahyan, noto come TBZ. Membro della famiglia reale, capo dei servizi segreti del Paese, presidente di ADQ (il fondo sovrano che controlla il team femminile), TBZ è anche un appassionato di sport e di ciclismo in particolare, e la sua presenza è pervasiva nell’ecosistema emiratino legato alle due ruote. È legato alla società tecnologica G42, partner della UAE Team Emirates nello sviluppo del casco più recente, ed è, dettaglio non secondario, il proprietario del marchio Colnago, storica casa costruttrice italiana di biciclette da corsa. Quando sponsor, fornitori tecnici, fondi sovrani e apparati di sicurezza fanno capo alla stessa costellazione familiare, la distinzione tra investimento sportivo e strumento di Stato diventa, nella migliore delle ipotesi, sfumata.
XRG e il gas che pedala
Da dicembre 2024 il team si chiama ufficialmente UAE Team Emirates-XRG. XRG è una società attiva nel gas, nella petrolchimica e nelle infrastrutture energetiche, controllata da ADNOC, la compagnia petrolifera di Stato. L’accordo, della durata di sei anni, si inserisce nella narrazione emiratina verso gli obiettivi Net-Zero 2030, una formula che, nell’accostare combustibili fossili e sostenibilità ambientale, raggiunge vette di ambiguità lessicale non comuni. Nel febbraio 2025 Emirates Airlines ha confermato l’estensione della partnership fino al 2028, mantenendo i diritti di co-title sponsor.
Il modello si completa con MyWhoosh, piattaforma di ciclismo virtuale con sede ad Abu Dhabi che figura come sponsor ufficiale e campeggia sulla maglia di Pogačar. Gratuita per gli utenti e capace di distribuire premi fino a un milione di dollari per singolo evento, MyWhoosh ha risposto alle domande sulla propria struttura finanziaria dichiarando di ricevere supporto da “un gruppo di investitori privati con una passione per il ciclismo”, una perifrasi la cui trasparenza è inversamente proporzionale alla sua eleganza. Gli investitori, nella sostanza, sono il governo emiratino, attraverso IHC Group e Chimera Investments, entrambi riconducibili al Royal Group della famiglia reale. Nel consiglio di amministrazione siede anche Mauro Gianetti, CEO della UAE Team Emirates: il cerchio si chiude.
Nel 2023 l’UCI ha assegnato a MyWhoosh i diritti per i Campionati del Mondo di Ciclismo Esports per tre anni, e la piattaforma ha stretto una partnership con l’organismo mondiale anche per i Mondiali su strada 2024-2026. I piani di allenamento disponibili sull’app sono firmati da Kevin Poulton, coach della UAE. La piattaforma raccoglie dati biometrici e comportamentali (relativi ai pattern di allenamento) su scala globale, con utenti in oltre cento Paesi. Per uno Stato che investe strutturalmente in intelligenza artificiale e sicurezza digitale, controllare un tale flusso di dati significa molto più che offrire un’alternativa gratuita a Zwift o Rouvy: significa costruire competenze su big data sportivi, testare algoritmi predittivi, sviluppare infrastrutture digitali proprietarie.
Una presenza capillare
Il ciclismo è solo una delle tessere di un mosaico molto più vasto. Gli Emirati sponsorizzano Arsenal, AC Milan e Real Madrid nel calcio; coprono tornei ATP e WTA, inclusi i quattro Slam nel tennis; sono partner globale della Rugby World Cup; hanno accordi con la NBA; investono in golf, cricket, vela (con SailGP e l’America’s Cup) e persino nell’hockey su ghiaccio, discipline che sembrano paradossali sotto il sole del Golfo ma rispondono a una logica precisa: massimizzare i punti di contatto con pubblici internazionali su ogni grande piattaforma mediatica globale.
Sudan, Libia, i migranti: quello che non si vede in corsa
Mentre le telecamere seguono Elisa Longo Borghini e Isaac Del Toro su strade che tagliano il deserto emiratino, fuori dall’inquadratura si accumula un dossier pesante. Gli Emirati sono al centro di indagini per il presunto sostegno alle Rapid Support Forces, milizia paramilitare responsabile di crimini contro l’umanità nel Darfur. Secondo report ONU, visionati dal Guardian e dal Sudan Tribune, è stato registrato un intenso traffico aereo tra Emirati e Ciad coincidente con le escalation belliche, in violazione dell’embargo sulle armi. Il conflitto ha prodotto decine di migliaia di morti e circa 12 milioni di sfollati.
In Libia, Amnesty International e il Panel of Experts ONU hanno documentato forniture di armi e droni alle forze di Haftar, pure in violazione dell’embargo vigente dal 2011. Il caso più emblematico è il bombardamento del centro migranti di Tajoura, luglio 2019: almeno 53 morti tra i 600 detenuti. Le stesse milizie sostenute e armate dagli Emirati controllavano le rotte migratorie e i centri di detenzione in cui i migranti diretti in Europa venivano sequestrati e torturati.
Dentro i confini emiratini, la prosperità che finanzia sponsor e squadre si fonda sul sistema della Kafala, che lega il permesso di soggiorno del migrante al datore di lavoro: senza la sua autorizzazione non si può cambiare impiego né lasciare il Paese. Human Rights Watch denuncia salari non pagati, ritenzione dei passaporti, condizioni abitative precarie, assenza di protezioni e negazione di qualsiasi associazione sindacale o diritto collettivo. Tra le grandi opere realizzate da questa manodopera invisibile ci sono le stesse infrastrutture che l'UAE Tour percorre e celebra ogni anno.
Il risultato è un'architettura di influenza in cui lo sport non è il fine ma il mezzo. La bicicletta, con la sua capacità di attraversare paesaggi e generare narrazioni, si presta magnificamente allo scopo. L'UAE Tour ne è l'esempio più nitido: un evento costruito per mostrare un Paese che non vuole essere guardato per quello che è, ma per quello che vuole sembrare.
A cura di Paolo Armentini
2) Mediofondo delle Colline Materane: la domenica è salva
La domenica è l’unico giorno in cui la levataccia non mi pesa. Il motivo è semplice: se suona la sveglia presto vuol dire che sto andando a correre.
Sono un ciclista amatoriale pienamente nella media. Mi tolgo le mie piccole soddisfazioni ma di certo non posso giocarmi la vittoria assoluta. Qualche vittoria di categoria l’ho ottenuta, ma ovviamente non in gare di primo ordine, dove ci sono quei venti quasi intoccabili e dove è già un successo restare nella pancia del gruppo il più a lungo possibile.
Quest’anno compio 30 anni e quindi è il primo nella categoria M1 (nel ciclismo le categorie vanno da Elite Master 18-29 anni, M1 30-34 e poi una ogni cinque anni). C’è da dire che negli ultimi tempi si è acceso il dibattito sull’obsolescenza di questo tipo di classificazione e su come forse sia arrivato il momento di pensare a un ranking diverso (pensiamo al modello americano, dove da anni funziona così).
Oggi la direzione è Matera, e per me che abito nella profonda Lucania vuol dire almeno poter dormire nel mio letto, cosa non comune visto che spesso le gare sono lontane e tocca sempre trovare una sistemazione per il sabato.
Appuntamento con i compagni di squadra per un caffè e poi si parte.
La strada per arrivarci è già un colpo al cuore. Attraversi una galleria nelle Dolomiti lucane e ti ritrovi davanti questo paesaggio quasi lunare.
La Mediofondo delle Colline Materane è alla terza edizione. Il percorso è grossomodo sempre lo stesso: un circuito di 11 km da ripetere 10 volte.
Il circuito è diviso in due segmenti ben precisi. La prima parte è quella dove si concentra il vero dislivello: lo strappo di partenza/arrivo, 600 metri; un breve falsopiano e poi, in successione, due salite per un totale di forse un chilometro. In tutto uno sforzo da 5-6 minuti, non il mio forte.
Dopo lo scollinamento c’è un lungo rettilineo leggermente in salita, poi un’inversione a U e inizia una discesa velocissima verso Borgo Venusio. Si passa una casa cantoniera e comincia una breve salita al 3%. Qui bisogna stare più attenti a dove si mettono le ruote che a eventuali scatti.
La pioggia ci fa la gentilezza di smettere mezz’ora prima della partenza. Così, da Matera in poi, per alcuni tratti ci troviamo sulle strade bianche. Ecco che si alza un vento forte che, nella discesa principale, si fa laterale.
Non sono un drago a pedalare in gruppo e questo serpente di 300 partenti mi mette paura all’inizio. Inizio a prendere confidenza, capisco se è una buona giornata oppure no. Recupero da dietro sempre più persone, mi sento forte, penso: ok, oggi esce un garone.
Poi l’inversione a U di cui parlavo prima la prendo troppo dietro e mi ritrovo in un ventaglio. Da vedere in televisione i ventagli sono bellissimi, quando ti ci trovi dentro un po’ meno. Ti trovi nel posto sbagliato e volano minuti.
Non c’è tempo di imprecare: ci si organizza con qualcuno e si cerca di concludere la gara dignitosamente.
Cerco collaborazione e così si celebra un grande classico: gruppo di 15, a tirare siamo in quattro. Nel frattempo due signori litigano per un motivo ignoto. Mi viene da ridere, ma ripensandoci un po’ mi dispiace per loro che si rovinano la domenica.
Tra una tirata e l’altra faccio conoscenza con i ragazzi, due battute sul fatto che davanti vadano troppo forte. A ogni salita proviamo ad andarcene ma rientrano sempre da dietro.
Provo ad andarmene da solo sul tratto in pianura. Me ne pento poco dopo e mi rialzo.
Ogni gruppo che vediamo in lontananza accelera i battiti: se ci va bene sono reduci del gruppo davanti, altrimenti sono doppiati.
Tra acqua e fango dai miei occhiali non si vede più niente. Sono anche senza occhiali da vista e ci vedo ancora meno. Scorgo in lontananza una divisa familiare. È la mia: un mio compagno di squadra si è staccato dal gruppo principale.
Decido di andarlo a prendere e, questa volta, non c’è pentimento. Quattro chilometri in cui non ho guardato nessun dato — altrimenti l’istinto di conservazione mi avrebbe detto di rialzarmi. Rientro, gli urlo qualcosa giusto per farlo spaventare e riderci su. Rifiato qualche minuto, capisco che aria tira: il gruppo è abbastanza folto, troppo folto per le mie scarsissime doti in volata.
Con quel poco di lucidità che mi rimane decido che sfrutterò l’ultima salita per provare a sfoltire il gruppo. La salita finale arriva dopo una curva in discesa molto veloce. Decido di imboccarla forte e aprire il gas. Quattrocento metri volano via in un attimo. Sugli ultimi cento sento un principio di crampo ma non mollo e non mi giro.
In vetta mi volto: siamo rimasti in sei.
Ottimo. Se ho fatto bene i calcoli, in ogni caso sono nei primi 50. E visto il parterre de roi di oggi, e visto che siamo a febbraio, la domenica è salva.
Il resto dell’ultimo giro vola via in un attimo. Penso alle cose belle per non sentire la fatica. Provo a fare un buco a Francesco che tenta di andarsene, ma lo riprendono. Allora mi metto dietro e provo a salvare quel poco di energie per la volata.
Nella testa vorrei fare la fagianata, recupero qualche posizione, ma il corpo mi dice no.
E se il corpo dice no, è no.
Volata finale: sono sesto nel gruppo su sei. Niente di diverso da quello che avevo preventivato.
Stoppo il Garmin e si torna con i piedi per terra.
Il post gara è tutto un commento e una serie infinita di “ehh ma se facevo così”. Fa parte del giochino di provare a essere ciclista.
Torno a casa, metto su un vinile di Vasco Brondi e mi ricordo che il giochino di fare il ciclista è finito: si torna alla vita di tutti i giorni, almeno per qualche giorno, fino alla prossima domenica.
«Non c’è niente che mi interessi di meno dell’opinione degli altri.»
A cura di Giuseppe Sassano





