Il prossimo
Una lettera al prossimo dominatore e il bilancio di una primavera che ha cambiato il ciclismo
1) Il giorno in cui Tadej ti lascerà andare: lettera aperta al prossimo dominatore
Quello che tutti hanno visto domenica alla Liegi-Bastogne-Liegi non è stata solo la quarta vittoria di Tadej Pogačar, l’ennesimo arrivo in solitaria del corridore che ha ridisegnato i confini del possibile, la tredicesima monumento del corridore che si sta rapidamente issando dalle parti di Eddy Merckx quanto a più vincente di tutti i tempi, in un prime che solo occasionalmente lascia spazio agli avversari. Un regno sbocciato come un fiore dalla mestizia del Covid, che è più volte vacillato contro avversari di livello assoluto, per poi consolidarsi nel suo splendore. Quello che Tadej Pogačar ha visto con i suoi occhi è stato colui che a questo dominio porrà fine: per quanto ancora il margine su Paul Seixas possa essere ampio, gli otto anni che Tadej paga al giovane lionese rendono inesorabile l’avvicendamento sul trono.
Seixas è cresciuto nel vivaio del VC Villefranche Beaujolais, e la Decathlon-CMA CGM ha scommesso su di lui senza troppe remore: lo ha promosso direttamente nel WorldTour dopo la categoria juniores, saltando il classico apprendistato tra gli Under 23. Una scelta coraggiosa, ripagata quasi subito. Già l’anno scorso, appena diciannovenne, Seixas aveva impressionato arrivando a ridosso della top ten al Mondiale su strada correndo con gli élite, lui che veniva da un Tour de l’Avenir vinto all’ultima tappa, per poi chiudere terzo all’Europeo (inutile ricordare chi fu il vincitore, in entrambi i casi) e settimo al Lombardia.
Dei successi tra gli Under 23 abbiamo imparato a dubitare, ma da mesi nell’ambiente si diceva che il ragazzo avesse dei numeri fuori scala e che natura e allenamento stessero modellando un prodigio. A stupire, però, è stata la repentinità della crescita: essere l’ultimo a cedere alla ruota di Pogačar alla Strade Bianche dopo il consueto attacco sul Monte Sante Marie; vincere tre tappe e la classifica finale al Giro dei Paesi Baschi; stabilire il record di ascesa sul Muro di Huy alla Freccia Vallone. Seixas è arrivato a Liegi con già sette vittorie nel carniere.
Domenica, quando è rimasto attaccato incredibilmente al nuovo attacco senza appello di Pogačar sulla Redoute, dove di nuovo ha firmato il record di ascesa, per poi cedergli solo sulle pendenze della Roche-aux-Faucons, a tutti è parso chiaro che tra i due alieni l’età avrebbe prima o poi invertito inesorabilmente i ruoli: con Pogačar, a 27 anni, a recitare suo malgrado la parte inedita e scomoda del dittatore dai giorni contati che difende il suo potere. Troppo abissale il margine sulla concorrenza per pensare che il duello possa allargarsi sui terreni duri delle corse a tappe, con buona pace di Vingegaard, delle Monumento più dure e dei Mondiali vallonati: presto le vittorie di Pogačar non saranno più così incontrastate, e prima o poi - sta alla fisiologia decidere quando - sarà lo sloveno a cedere al giovane rivale.
Quando arriverà quel giorno, Paul, il peso delle colonne d’Ercole del ciclismo poggerà sulle tue spalle. Sarai tu a ridefinire i confini del possibile, a subire i paragoni con ogni epoca, a veder misurata ogni tua scelta, a ridare all’affamata Francia il trono dello sport che ha inventato.
Non ti invidieremo. O almeno, non solo.
Tadej (non solo lui, vero, ma soprattutto lui) ha fatto una cosa che sembrava interdetta: ha restituito alla vittoria il diritto di essere bella. Dopo anni in cui il meglio del mondo si misurava in watt e in ordini via auricolare, in cui le corse sembravano eseguite più che vinte, lui ha rimesso al centro l'istinto, il gesto, il rischio anche inutile e meraviglioso di attaccare quando non sarebbe necessario. E il pubblico, quello che aveva smesso di crederci — lo ha riconosciuto come si riconosce qualcosa che si era perduto.
Il suo regno è stato folgorante e, nella sua essenza, eremitico. La domanda che ti rivolgiamo è un'altra: cosa farai tu di quell'eredità?
Corri in un mondo che cambia più velocemente delle tue gambe. Ogni primavera i calendari si confermano, le grandi corse partono, i volti degli sponsor sorridono dai pullman. Ma nessuno sa per quanto ancora sarà così. Le corse esistono perché esiste un pubblico disposto a guardarle, qualcuno disposto a trasmetterle, un pianeta disposto a ospitarle. Nessuna di queste tre cose è garantita come sembra: la tua generazione lo sa, anche se quella che l'ha preceduta ha scelto di non volerlo sapere.
Osserva chi ti finanzia, Paul. Non tutti meritano lo stesso sguardo. Il ciclismo ha imparato tardi, e malamente, a fare i conti con chi usa il suo palcoscenico per laccare di sport interessi che con lo sport hanno un'affinità puramente ornamentale. Hai ancora l'età in cui certe scelte appaiono astratte, remotissime, prerogativa dei dirigenti. Ma prima o poi il tuo nome peserà abbastanza da poter scegliere, e sarà il momento di farlo davvero. Il più grande atleta del secolo scorso lo è diventato anche per ciò che ha rifiutato fuori dal ring: perse il titolo per una scelta di coscienza, e lo riebbe. Le istituzioni sportive furono le ultime ad ammettere di avere torto.
E poi c'è una domanda che il ciclismo raramente si concede il lusso di formulare: qual è il limite oltre il quale non vale la pena andare? Non te lo chiede nessuno, Paul. Il tuo entourage ti chiederà di spingerti sempre un centimetro più in là, i tifosi di replicare ogni impresa, il mercato di renderti eterno. Ma sei tu, soltanto tu, a poter tracciare quella soglia, e la scelta che farai non riguarderà solo te. Il limite che sceglierai di rispettare diventerà il limite a cui si vorrà spingere chiunque verrà dopo di te, il metro con cui si misurerà una generazione intera di corridori che ti guarderà come si guarda un orizzonte. Pogačar ha mutato il modo di correre. Forse a te spetta qualcosa di più sottile e di più duraturo: stabilire fin dove è giusto arrivare, e avere il coraggio di fermarsi lì, anche quando tutto intorno ti dirà che c'è ancora spazio.
È una domanda che, in fondo, riguarda noi quanto te. Forse non è cosa farai tu: è se saremo capaci di apprezzarti anche quando sceglierai di deludere le attese.
Il giorno in cui Tadej ti lascerà andare, ricordatelo.
A cura di Paolo Armentini
2) Re Sole Tadej, la redenzione di Wout, Seixas è già stellare
Per riavvolgere il filo e cercare di riepilogare quanto vissuto nella campagna delle classiche 2026, si deve per forza partire dal due volte campione del mondo in carica Tadej Pogačar. Cinque soli giorni di corsa, quattro trionfi (tre Monumento e la Strade Bianche) e un secondo posto. La “mission impossible” di vincere le cinque classiche più prestigiose del calendario nello stesso anno è sfumata sul velodromo di Roubaix, ma con il successo alla Liegi tiene aperta la porta di diventare il primo di sempre a vincerne quattro in una singola stagione.
Negli ultimi 40 giorni il fuoriclasse sloveno, a 27 anni e mezzo, è riuscito a sfatare il tabù Sanremo, si è portato a casa il terzo Fiandre (primato all-time pari merito) e la quarta Doyenne (meno uno da Merckx), issandosi a quota 13 Monumento vinte in totale (sorpassato De Vlaeminck, fermo a 11) e mantenendo attiva una striscia record di undici podi consecutivi nelle cinque grandi classiche. Il quattro volte vincitore del Tour de France è tra le altre cose il leader in attività per corse di un giorno vinte (28, di cui 24 del massimo livello).
Il punto sui rivali del Re Sole
La sconfitta di Roubaix è però forse il ricordo più indimenticabile di questa primavera: Wout van Aert, dopo una miriade di secondi, terzi e quarti posti nelle grandi corse, ha dominato il duello allo sprint contro la stella della UAE e a 31 anni ha finalmente vinto una Monumento sulle pietre, riportando la Visma al trionfo in una grande classica per la prima volta dalla Liegi 2020 di Primož Roglič. Nelle quattordici Monumento disputate post Sanremo 2020, il belga in maglia giallonera era sempre finito nei primi otto senza mai riuscire a vincere.
Restando in tema di avversari di Pogačar, in queste settimane tra corse a tappe e gare di un giorno il mondo del ciclismo ha preso consapevolezza che un teenager è già tra i migliori corridori in circolazione. Paul Seixas, 19 anni da Lione, è stato l’unico capace di reggere il ritmo del classe 1998 sulla Redoute, dopo che già alla Strade Bianche era stato l’ultimo a cedere il passo allo strapotere dello sloveno. Nel mezzo, la dominante vittoria alla Freccia Vallone, corsa che in 90 anni di storia non aveva mai visto un under 20 sul gradino più alto del podio. Dettaglio a margine: la sua squadra, fondata nel lontano 1992, non ha mai vinto né un Grande Giro né una classica Monumento. Un digiuno che sembra destinato a spezzarsi.
È stata invece una campagna delle classiche un po’ meno gloriosa (e più sfortunata) del solito per Mathieu van der Poel: il 31enne neerlandese si è dovuto accontentare di un secondo posto al Fiandre, l’unico podio in una Monumento in questa stagione. Va aggiunto che si è allungata a ventidue la striscia record all time di Top 10 consecutive nelle cinque grandi classiche, oltre al fatto di aver conquistato al debutto la Omloop Nieuwsblad e di aver vinto per la terza volta di fila la E3. Il suo palmarés nelle sette principali corse sulle pietre del calendario conta adesso 12 successi, valevoli il terzo posto pari merito con Rik van Looy. Davanti a lui solamente i belgi Tom Boonen (19 trionfi) e Johan Museeuw (14).
E che dire di Remco Evenepoel: la superstar della Red Bull BORA ha raccolto due terzi posti nel suo (convincente) debutto al Fiandre e alla Liegi (vinta nel 2022 e nel 2023), con l’aggiunta della prima affermazione all’Amstel Gold Race, la prima corsa di un giorno di grande prestigio che la formazione tedesca è riuscita a vincere dall’avvento di Red Bull come main sponsor. Certo è che, per adesso, sembra ancora almeno un passo indietro (se non due) all’attuale campione iridato nelle grandi corse di un giorno del calendario.
Italia a due facce: il primo acuto di Ganna l’unico exploit
Per quanto riguarda i colori azzurri, non è stata complessivamente una campagna delle classiche così entusiasmante. L’epico successo di Filippo Ganna alla Dwars Door Vlaanderen, la sua prima corsa di un giorno vinta in 10 anni di carriera e peraltro rimontando Van Aert negli ultimi 100 metri, è l’unico risultato di grande rilievo del nostro movimento. Per il resto, nessun corridore azzurro è riuscito a centrare la top 5 nelle quattro Monumento stagionali, con il sesto posto di Andrea Vendrame alla Milano-Sanremo come miglior risultato.
Merita però menzione la vittoria del classe 2005 Davide Donati alla Paris-Roubaix under 23, corsa che in oltre 50 anni di storia l’Italia si era aggiudicata solo una volta in precedenza, proprio con Ganna nell’edizione 2016. Il 21enne bresciano della squadra di sviluppo della Red Bull non è ancora formalmente un professionista ma tra i grandi ha già ottenuto tre vittorie e rappresenta sicuramente uno dei profili più interessanti da seguire nei prossimi anni. In questa epoca dei fenomeni, si sa, competere per il podio diventa sempre più difficile.
A cura di Michele Moretti








