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Alfredo Martini e l’arte di costruire una Nazionale
NDR: avendo ancora negli occhi una settimana iridata clamorosa con delle gare assolutamente spettacolari, teniamo viva l’atmosfera mondiale per qualche settimana con una rubrica sul ruolo del Commissario Tecnico, curata da un neolaureato in Scienze Motorie che ha discusso una tesi incentrata proprio su questo argomento, Filippo Ceri, dopo aver studiato le agende di Alfredo Martini e conversato con Daniele Bennati.
Per raccontare Alfredo Martini non bastano i sei titoli mondiali conquistati nei suoi 23 anni da Commissario Tecnico, perché Moser (1977), Saronni (1982), Argentin (1986), Fondriest (1988) e Bugno (1991 e 1992) rappresentano soltanto una parte di quello che ha rappresentato per il ciclismo italiano. Il punto non è tanto quanto abbia vinto, bensì il modo in cui ha contribuito a dare forma al ruolo del CT, trasformando progressivamente un incarico legato quasi esclusivamente alla selezione dei convocati e alla gestione del Mondiale in un lavoro da portare avanti durante tutta la stagione.
Felice Gimondi riassunse tutto ciò con una battuta rimasta celebre:
“Alfredo con la sua professionalità ha rovinato quel ruolo lì, perché prima i commissari tecnici venivano venti giorni prima del mondiale e invece lui comincia il primo gennaio fino al trentuno dodici”
Questa semplice frase riesce a spiegare come prima di lui il Commissario Tecnico tendesse a comparire solo a pochi giorni dal Mondiale, mentre Martini viveva quel ruolo ininterrottamente per dodici mesi. Seguiva le corse, osservava i corridori, li incontrava, parlava con loro e annotava nei mitologici diari ciò che riteneva utile, costruendo nel tempo una conoscenza che andava molto oltre il semplice stato di forma.
Prima dell’atleta, l’uomo
Le agende personali di Martini permettono forse più di qualsiasi ricostruzione ex-post di entrare nel suo modo di intendere il mestiere. Contengono risultati corredati di osservazioni personali, riportano fedelmente conversazioni avute coi papabili e qualunque altro appunto che riteneva potesse essere utile consultare in un secondo momento; tra questi compare una pagina interamente dedicata alla figura del tecnico, nella quale sono raccolti alcuni principi che, riletti oggi, conservano una sorprendente attualità, e su cui vogliamo focalizzarci (NDA: dovrebbero essere letti e compresi da ogni tecnico).
Il primo riguarda il modo in cui una guida riesce a essere riconosciuta dal gruppo: «Un tecnico sarà ascoltato e seguito in virtù della sua spiccata personalità». Martini sembra distinguere chiaramente ciò che deriva dall’incarico da ciò che deve essere conquistato sul campo: essere nominato Commissario Tecnico consente di scegliere e decidere, ma non garantisce automaticamente di essere seguito. Distingue così l’autorità dall’autorevolezza, due termini simili per assonanza ma concettualmente distanti.
La frase seguente dice forse ancora di più sul suo modo di lavorare: «Il rischio di un tecnico incomincia al momento che è convinto di non avere più niente da imparare». Per un uomo che aveva attraversato il ciclismo da corridore, direttore sportivo e poi CT, l’esperienza non diventava quindi un punto d’arrivo, ma uno strumento da continuare a mettere in discussione. È una riflessione che supera il ciclismo e riguarda il rischio, comune a chi ricopre un ruolo di responsabilità, di confondere l’esperienza accumulata con la certezza di possedere tutte le risposte.
Martini prosegue entrando nel merito del rapporto con l’atleta: «Un tecnico deve distinguersi nel sapere infondere fiducia all’atleta. Perché?.. Perché l’uomo, l’atleta ha sicuramente più forza di quello che pensa. Il tecnico deve rendere viva quella forza». Colpisce soprattutto la sequenza delle parole: prima l’uomo, poi l’atleta. Non sembra esserci, nel suo pensiero, una separazione netta tra la prestazione e la persona che deve realizzarla; il compito del tecnico non consiste soltanto nel chiedere qualcosa al corridore, ma anche nel portarlo a riconoscere possibilità che forse lui stesso non percepisce fino in fondo.
La fiducia, però, non può sostituire la chiarezza dei compiti e Martini lo precisa subito dopo: «Il tecnico deve sempre accertarsi che il ruolo assegnato ad un atleta sia bene accettato dal prescelto». Nel ciclismo della Nazionale questa frase assume un significato particolare, perché il corridore abituato a essere capitano nel proprio team può ritrovarsi al Mondiale a dover lavorare per uno dei suoi principali avversari; assegnare un ruolo, quindi, non significa automaticamente averlo fatto accettare. È questa la vera difficoltà: convincere ogni partecipante che il proprio ruolo sia coerente e fondamentale per permettere alla nazionale di raggiungere il risultato migliore anche a costo di mettere da parte gli interessi personali.
L’ultimo passaggio completa il quadro: «Il dovere di un tecnico è anche quello di conoscere più possibile il carattere dei suoi atleti; una delle cose da fare per approfondire la conoscenza è quella di osservarli prima di una gara importante, durante lo svolgimento della medesima, ed il comportamento dopo che questa è terminata». Martini non osservava soltanto come un corridore pedalava, ma come reagiva all’attesa, alla pressione, alle difficoltà e al risultato, perché proprio nei momenti che precedono e seguono la gara possono emergere aspetti che nessun ordine d’arrivo riesce a raccontare. Alfredo aveva chiaro che conoscere meglio il carattere di un atleta equivale a poterlo gestire al meglio e aggiungeva elementi di valutazione importanti nella fase di scelta dei convocati.
Quelle agende mostrano quindi un Martini tutt’altro che affidato soltanto all’intuito. Studiava, osservava, prendeva nota e provava a conoscere gli uomini che avrebbe dovuto mettere insieme; lo faceva con gli strumenti della sua epoca, molto lontani dalla quantità di dati a disposizione oggi, ma partendo da una domanda che resta attuale: quanto può comprendere davvero un tecnico del proprio atleta se si limita a misurarne la prestazione?
Mettere insieme i campioni
Il problema di una Nazionale, del resto, non è mai stato semplicemente convocare i corridori più forti, quanto riuscire a convincerli a correre davvero insieme, e Martini lo aveva imparato molto prima di diventare Commissario Tecnico. Da riserva al Mondiale di Valkenburg del 1948 aveva assistito alla giornata in cui Coppi e Bartali, pur indossando la stessa maglia, finirono per ostacolarsi fino al ritiro, un episodio che molti anni più tardi avrebbe assunto un significato particolare quando si trovò a gestire altre rivalità enormi, a cominciare da quella tra Moser e Saronni.
Per gran parte della stagione i corridori che arrivavano in Nazionale erano avversari, spesso capitani nelle proprie squadre e abituati a correre per interessi differenti; il Mondiale chiedeva loro, nel giro di pochi giorni, di cambiare prospettiva e di accettare anche la possibilità di lavorare per uno dei rivali affrontati durante tutto l’anno. È proprio qui che assume concretezza quel principio scritto nelle agende: il ruolo non poteva essere semplicemente comunicato, doveva essere compreso e accettato.
Franco Vita, uno dei collaboratori più fidati di Martini, raccontava che mesi prima del Mondiale tutti volevano essere capitani, ma che avvicinandosi alla gara i candidati diminuivano, perché Alfredo parlava molto con i corridori e soprattutto li faceva parlare, portandoli a comprendere fino in fondo il peso di quella responsabilità. Non rinunciava a scegliere, ma cercava di arrivare alla scelta attraverso un percorso nel quale il corridore fosse chiamato a essere sincero prima di tutto con sé stesso.
L’episodio con Felice Gimondi prima del Mondiale del Nürburgring del 1978 resta uno dei più significativi. Martini aveva deciso di inserirlo tra le riserve e, prima di ufficializzare la squadra, gli mostrò l’elenco degli azzurri dicendogli:
«Felice, questo è l’elenco degli azzurri per il Nürburgring. Se c’è qualcuno che va più piano di te dimmelo, io lo tolgo e ti metto titolare. Secondo me non c’è, e poi la squadra va fatta al servizio di Moser e Saronni»
Gimondi guardò i nomi e rispose:
«Hai ragione, Alfredo. Questi ragazzi vanno più forte di me»
La forza dell’aneddoto non sta tanto nell’esclusione quanto nel rapporto che rendeva possibile una conversazione del genere tra il CT e uno dei più grandi corridori italiani: Martini non evitava una decisione difficile, ma sentiva il dovere di spiegarla direttamente all’uomo che avrebbe dovuto accettarla.

Il capitano in corsa
Martini aveva compreso anche che il tecnico può preparare una gara nei minimi dettagli, ma una volta abbassata la bandierina la corsa viene letta soprattutto da chi è dentro il gruppo. Per questo attribuiva grande importanza alla figura del regista, o capitano in corsa, che non doveva necessariamente coincidere con il corridore designato per vincere, ma poteva essere un uomo esperto, tatticamente lucido e riconosciuto dai compagni, capace di interpretare situazioni che dall’ammiraglia erano inevitabilmente più difficili da percepire.
Oggi parleremmo di leadership condivisa, Martini la applicava semplicemente osservando le caratteristiche dei propri uomini e riconoscendo che all’interno della stessa squadra potevano esistere leader differenti: chi finalizzava il lavoro, chi leggeva meglio la corsa, chi teneva unito il gruppo e chi sapeva alleggerire la tensione. Persino le celebri barzellette durante le riunioni avevano spesso questa funzione, perché creare un ambiente capace di sopportare la pressione faceva parte della preparazione tanto quanto discutere la tattica.
La Nazionale che negli anni Ottanta arrivò a essere chiamata semplicemente “La Squadra” nasceva anche da questo lavoro, non dall’assenza di rivalità ma dalla capacità di far convivere i convocati all’insegna di un obiettivo comune, dando alla maglia azzurra un peso sufficiente a spingere grandi campioni a mettere da parte, almeno per una giornata, le proprie ambizioni.
Martini dopo Martini
Quando Martini lasciò l’incarico nel 1997, il confronto per chiunque fosse arrivato dopo era inevitabile e, dopo la parentesi di Antonio Fusi, fu Franco Ballerini a raccogliere, probabilmente più di ogni altro, quella eredità. Il ciclismo era già cambiato, i team erano più strutturati, i programmi individuali più rigidi e il peso delle squadre professionistiche sulla stagione dei corridori era cresciuto, ma Ballerini riuscì comunque a costruire una Nazionale con un’identità precisa.
Il Mondiale di Mario Cipollini (2002), l’oro olimpico di Paolo Bettini (2004), i due titoli mondiali dello stesso Bettini (2006-7) e quello di Alessandro Ballan (2008) rappresentano il risultato più evidente di quel ciclo, anche se ancora una volta fermarsi alle vittorie significherebbe trascurare ciò che avveniva prima della gara.
Daniele Bennati, parlando del proprio rapporto con Ballerini, ha ricordato come tra i due ci fosse una forte amicizia ma anche una separazione molto chiara tra il rapporto personale e quello professionale:
«Avevamo un rapporto di amicizia molto forte che però veniva distinto dal lavoro, è chiaro che il ruolo da CT di Franco l’ho sempre rispettato, entrambi abbiamo sempre distinto le due cose. Ho sempre accettato le sue scelte anche quando decise di non convocarmi»
È un passaggio importante perché mostra un elemento che Martini aveva già individuato nelle sue agende: conoscere profondamente l’atleta non significa perdere la capacità di scegliere. La vicinanza può aiutare il tecnico a comprendere meglio chi ha davanti, ma nel momento decisivo l’interesse della squadra deve rimanere superiore a quello del singolo e persino al rapporto personale. La continuità con l’operato di Alfredo era peraltro garantita dall’influenza che lui medesimo continuava ad avere, tant’è che ha continuato a redigere le sue agende per molti anni anche dopo aver lasciato l’incarico di CT.
La morte improvvisa di Ballerini nel 2010 aprì un vuoto enorme e portò alla scelta di Paolo Bettini, che dal punto di vista simbolico appariva quasi naturale, essendo stato uno degli uomini più rappresentativi di quella Nazionale, campione olimpico e due volte campione del mondo. La sua esperienza da CT mostra però quanto sia delicato il passaggio da corridore a tecnico, perché conoscere la corsa rappresenta un vantaggio enorme ma non risolve automaticamente tutti i problemi legati alla gestione di un gruppo.
Da atleta si vive soprattutto la propria prestazione, mentre il Commissario Tecnico deve contemporaneamente leggere molti uomini, costruire gerarchie, gestire ambizioni, comunicare esclusioni e assumersi decisioni che verranno giudicate principalmente attraverso il risultato finale. Il mestiere del CT possiede caratteristiche proprie e il prestigio accumulato da corridore, da solo, non basta. Questo non vale necessariamente per il Grillo, visto anche che si servì intelligentemente dei suggerimenti di Alfredo. Rimase alla guida della Nazionale dal 2010 al 2013 senza conquistare medaglie mondiali, con i quarti posti di Filippo Pozzato a Melbourne e Vincenzo Nibali a Firenze come migliori piazzamenti, ma sarebbe riduttivo interpretare quel quadriennio soltanto attraverso i risultati, considerando la trasformazione che stava attraversando nello stesso periodo il ciclismo italiano. Soprattutto se pensiamo al mondiale del 2013 - che Alfredo Martini fece appena in tempo a vedere corrersi sulle sue strade, chiudendo il ciclo di una vita vissuta su due ruote e in buona parte al servizio della maglia azzurra - il gruppo si mostrò unito, a partire da uno splendido Michele Scarponi che si mise a servizio del siciliano qualche mese prima di trovarsi effettivamente fianco a fianco in Astana.
Dal 1975 il ciclismo è cambiato quasi in ogni aspetto, dalla preparazione ai materiali, dai dati agli staff, dai calendari all’organizzazione delle squadre, e insieme al ciclismo è cambiato inevitabilmente anche il lavoro del Commissario Tecnico. Sono però rimaste alcune domande alle quali nessun progresso tecnologico ha ancora dato una risposta definitiva: come convincere un campione a sacrificarsi per un compagno? Come comunicare un’esclusione? Come riconoscere chi è realmente in grado di guidare la squadra dall’interno? E come comprendere ciò di cui un atleta ha bisogno quando la pressione cresce?
Martini non possedeva gli strumenti del ciclismo contemporaneo, ma aveva costruito un metodo fondato sull’osservazione e sulla conoscenza degli uomini, senza mai separarle dalla competenza tecnica. Forse per questo, rileggendo oggi le sue agende, molte delle sue riflessioni sembrano meno appartenenti al passato di quanto ci si potrebbe aspettare.
Tra tutte, una rimane particolarmente difficile da ignorare: «Il rischio di un tecnico incomincia al momento che è convinto di non avere più niente da imparare».
A distanza di decenni, più che una frase sul ciclismo sembra un monito rivolto a chiunque abbia la responsabilità di guidare altri uomini.
A cura di Filippo Ceri
NDR: si ringrazia la famiglia Martini per aver concesso la consultazione delle preziose agende di Alfredo e la pubblicazione della foto allegata
2) L’ombra del padrone
Non so se vi risulta ma domenica Brandon McNulty ha vinto a sorpresa il campionato del mondo in linea. Una bella storia con un lieto fine commosso in cui il gregario ha il suo “jour de chanche”, coglie un’opportunità e mette nel sacco il resto della compagnia, favoriti e favoritissimi compresi. Bene, bello, bravo, anzi bravissimo. Ma ci attendevamo altro. Un fatto di per sé positivo che rammenta quanto sia errato dar seguito solo alle aspettative e non lasciarsi sorprendere dagli accadimenti. Sorpresa, appunto, che ha condizionato l’andamento di questa gara. Non tanto in riferimento all’underdog che vince facendo saltare il tavolo dei pronostici, ma all’assenza del capo, del padrone di questi tempi che ha avvolto come un’ombra la preparazione di questo mondiale. Sì, perché da quando Tadej Pogačar è ai box per infortunio, si ha la sensazione che chiunque debba approfittare delle occasioni che il calendario presenta prima che quello lì torni. E quindi, una sequela di errori, di tattiche a volte poco comprensibili. Come se, al primo palcoscenico realmente importante da quando Tadej non c’è, il gruppo si sentisse smarrito, privo di guida.
Un dramma alla Beckett, dove il protagonista non si fa trovare. Siamo chiari, è particolarmente ardito asserire che solo l’assenza dello sloveno e del suo proverbiale modo di correre abbiano innescato una serie di azioni seguite dal verificarsi di questo tipo di svolgimento di gara. D’altro canto, è plausibile credere che l’assenza di Pogačar abbia potuto condizionare l’impostazione mentale di tutti i coinvolti, influenzando l’esito. Solo due corridori sfuggono a questo genere di dinamiche, un po’ per carisma, un po’ perché vivono da sempre in un mondo tutto loro. Mathieu van der Poel e Wout van Aert sembrano due bambini che si rincorrono, in piazza la domenica. Scatta uno e l’altro è già pronto ad inseguirlo, come se un riflesso pavloviano specifico li costringesse in questa operazione, ormai da una vita. Almeno fino a quando il papà esce dalla pasticceria con un vassoio fumante di pastarelle o il “motore si spegne”.
In aggiunta, a proposito di ombre passate e future, un anno fa, su un percorso simile, fu proprio il fuoriclasse sloveno a concedere gentilmente la vittoria a McNulty al termine del GP di Montréal, e in un certo senso, adesso, la pausa forzata dello stesso ha reso possibile che l’americano potesse cingersi con i colori dell’iride. Una maglia che vestirà per un anno, tornando a fare il suo mestiere, il gregario, proprio a servizio di Tadej. A meno che, la squadra non trovi una soluzione per preservare le apparenze, magari destinando ciascuno a competizioni diverse, nei limiti del possibile.
Parlando di questa pazza corsa e a suo modo divertente, è impossibile non citare la prestazione deludente a dir poco di Remco Evenepoel. Con una novità rispetto al passato: non ha cercato alibi. Ha affermato candidamente che le gambe non rispondevano, fine. Non lo abbiamo visto sbattere i pugni contro il manubrio o manifestare la sua frustrazione nei confronti di questo o quell’altro. Un volto sempre uguale, apparentemente privo di fatica, forse attonito, rassegnato, insomma deluso, appunto. Almeno nella comunicazione, un passo avanti. Un balzo all’indietro inatteso, dal punto di vista sportivo. All’orizzonte, ci sono l’Europeo e il Lombardia: altre due corone vacanti ancora disponibili.
In attesa del ritorno del padrone.
A cura di Lorenzo Sangiuliano






