"Moto perpetuo": il nuovo corso di Elia Viviani e il respiro del Tagliamento
Muri riparte dal velodromo di Konya con Elia Viviani, oggi manager in cerca di nuovi eredi, fino al ritmo lento dell'ultimo fiume selvaggio d'Europa
1) Elia Viviani vede ancora il futuro: dalla Sanremo di Ganna alla generazione Los Angeles

Sabato 7 febbraio ha compiuto 37 anni Elia Viviani, per oltre un decennio tra i fari del movimento ciclistico italiano. Capace di eccellere come stradista — dove nella seconda metà degli anni ‘10 è stato il velocista di riferimento (e, tra il 2018 e il 2019, probabilmente tra i primi tre al mondo) — Elia è stato soprattutto un fuoriclasse della pista, disciplina che lo ha visto tra i massimi esponenti dell’endurance con un oro olimpico e tre titoli mondiali in bacheca.
Al termine di sedici anni di carriera, ha immediatamente inaugurato la sua “seconda vita” accettando la sfida come team manager delle nazionali italiane, ruolo che fa convivere con quello di direttore sportivo alla Ineos Grenadiers. Tra una sessione e l’altra degli Europei su pista di Konya, la scorsa settimana ci ha concesso il suo tempo per raccontarsi in questa nuova veste ai microfoni di Marco Francia e Paolo Armentini.

M. Francia: Elia Viviani, bentrovato, raccontaci dove sei e cosa stai facendo proprio ora…
Siamo qui ai Campionati Europei su pista maschili e femminili, tra sprinter ed endurance. È la mia prima presenza nel nuovo ruolo per la Federazione Ciclistica Italiana; l’ambiente non cambia, ma il ruolo assolutamente sì. Mi fa piacere essere tornato nei velodromi in un’altra veste per cercare di trasmettere il meglio ai ragazzi più giovani.
P. Armentini: Volevamo chiederti subito di questo nuovo incarico: da una parte ds della INEOS Grenadiers e dall’altra Team Manager delle nazionali della Federazione. Dopo 16 anni di carriera, com’è passare dall’essere gestito al gestire i corridori, sentendo questa responsabilità?
Sono due ruoli differenti. Nella vita post-carriera vorrei crescere sotto diversi aspetti e questa combinazione mi permette di formarmi. Il ruolo di Team Manager delle nazionali (strada e pista) è di gestione, relazioni e colloqui con i CT e i ragazzi. Voglio trasmettere il mio percorso: come si prepara un obiettivo alto e come gestire le sconfitte, che formano molto più delle vittorie. L’altro ruolo invece è più sulla strada, per vedere come evolve il ciclismo moderno. La nuova generazione è cambiata, ci si concentra molto sull’età giovanile e questo comporta il rischio di perdere talenti o accelerare processi per cui non tutti sono pronti. Imparo molto sulla gestione dell’atleta, supportandolo nei momenti difficili e di preparazione per farlo arrivare nelle migliori condizioni psicofisiche agli appuntamenti.
M. Francia: Avevi paura di rimanere senza niente da fare, visto che hai scelto subito due (anzi tre) ruoli?
Sono contento di essermi buttato subito, non sentivo il bisogno di una pausa. Il ciclismo per me è sempre stato passione; mi sono sempre sentito un premiato a fare della mia passione il mio lavoro. Questa serenità arriva anche dal mio finale di carriera: l’ultimo anno sono tornato a vincere su strada, ho fatto un Grande Giro e ho vinto un Mondiale in pista nell’ultima gara. È stato un finale con i fiocchi. Ora vado in bici per piacere e ho anche un ruolo di sviluppatore tecnico per il progetto Ducati. Quindi sì, sono più impegnato di prima, ma con tanta grinta. Sono ambiti differenti ma legati; sapete quanto sono sempre stato pignolo sui materiali e la parte tecnica: cercherò di aiutare al meglio i brand con cui collaboro e questo mi costringerà anche a continuare ad andare in bici.
P. Armentini: Com’è stato il tuo rapporto con l’attività professionistica negli ultimi anni? Vediamo corridori come Simon Yates che, pur vincenti, sembrano quasi “non poterne più”. Cosa succede?
Succede che è un ciclismo, che non dico esasperato, perché resta un bello sport, dove tutto conta. Il nostro sport resta bello, ma ora tutto conta in modo maniacale. Dieci anni fa contava l’alimentazione e la preparazione, ma la sera il ciclista aveva i suoi spazi per la famiglia e gli hobby. Il ciclismo moderno pretende molto di più: dal momento in cui ti alzi guardi l’orologio per vedere come hai dormito, a colazione devi pesare tutto, in bici segui gli sforzi programmati al secondo, torni e ripesi il cibo per il recupero, il pomeriggio prepari l’allenamento del giorno dopo, fai stretching, massaggi... ci si diverte meno a causa dell’aumento della performance. Se non fai così, non sei competitivo. Questo incide sulla durata della carriera. Inoltre, i giovani vengono cercati già tra gli Juniores: devono reggere pressioni enormi subito. Se Tadej [Pogačar] vince il Tour al secondo anno da professionista ci si aspetta che lo vinca sempre. La pressione pesa.

M. Francia: Ormai se non fai punti UCI subito fai fatica a trovare squadra.
Al 100%, è un ciclismo di numeri. Chi supera i 30 anni fatica a trovare contratti se non porta punteggio. È molto diverso da quello in cui sono passato professionista io. Quando passai io in Liquigas, nel 2010, c’erano tappe di crescita: non facevi Grandi Giri per i primi due anni, non facevi Tirreno o Parigi-Nizza perché erano di troppo alto livello. Ora uno juniores che va forte passa professionista e ci si aspetta subito un segnale. È uno stress fisico e psicologico enorme.
P. Armentini: Parlando di Nazionale, ieri è arrivato un bronzo nella velocità a squadre. In prospettiva Los Angeles è una notizia bellissima. Rispetto alla multidisciplina, come vedi l’atteggiamento delle squadre pro verso i loro atleti? Sono generose o in difficoltà?
Con la pista a Parigi abbiamo raggiunto un apice e ora lottiamo per restare lì. Il bronzo di ieri nel Team Sprint è uno step fondamentale perché è specialità olimpica. L’obiettivo per Los Angeles è arrivare a pieno regime in tutte le specialità. Il rapporto con i team professionistici oggi è ottimo perché è un ciclismo di pianificazione. Ci sediamo a un tavolo con manager e preparatori per allineare i programmi. C’è grande apertura, anche nel femminile, dove le squadre sono ormai strutturate come quelle maschili. Non possiamo avere sempre tutti disponibili, ma si lavora nella stessa direzione.
P. Armentini: Per Parigi sono state fatte scelte forti su di te. Vedremo qualcosa di simile per Los Angeles?
Troppo presto per parlarne. A Parigi la scelta dura ha pagato con una medaglia. A Los Angeles i percorsi su strada sembrano duri, quindi probabilmente i gruppi saranno differenti e non ci sarà lo stesso atleta che fa strada e pista, a meno di casi come Pippo [Ganna] per la crono o Guazzini e Venturelli tra le donne. Le scelte verranno fatte in base alle possibilità di medaglia. Comunque vedo il bicchiere mezzo pieno: abbiamo giovani come Pellizzari, Finn, Scaroni e una garanzia come Ciccone per le gare di un giorno dure.
P. Armentini: È stato scelto un tuo successore come “capitano” in gruppo?
Non è un ruolo assegnato con una fascia. Al momento Francesco Lamon è la “chioccia” fissa a Montichiari per i giovani. Caratterialmente, uno che può prendere il mio testimone è Simone Consonni: è responsabile, calmo e aperto con tutti. Spero che in ogni settore (sprinter, endurance uomini e donne) nasca un leader che traini il gruppo.
M. Francia: Torniamo al tuo ruolo in INEOS. Cosa farai esattamente?
Sarò direttore sportivo, mi vedrete principalmente sul calendario italiano. Sarò d.s., ma ho un ottimo rapporto con tutto il management. È la squadra dove ho passato più anni e dove ho ottenuto i migliori risultati; voglio crescere come d.s. e dare tanto ai miei atleti.
M. Francia: Sarai alla Milano-Sanremo con Ganna? E come vedi il comparto velocisti con Welsford?
Sì, sarò alla Sanremo. L’arrivo di Welsford è importante perché INEOS non ha mai avuto un vero progetto intorno a un velocista puro. Con Pippo il rapporto va avanti da anni e sarò un punto di riferimento per lui. La squadra vuole tornare agli anni d’oro: abbiamo Carlos Rodríguez per i grandi giri e acquisti come Oscar Onley. Per le volate abbiamo anche Godon e Ben Turner, che sono velocisti moderni capaci di tenere su percorsi misti e duri.
M. Francia: Tornando a Ganna e alla Sanremo: dopo due secondi posti, come si batte uno come Pogačar?
Pippo l’anno scorso ha fatto qualcosa al limite delle possibilità umane, restando con Tadej e Van der Poel. Fisicamente non si può migliorare quasi nulla, bisogna lavorare sulla gestione tattica: analizzare tutto dal momento in cui inizia la Cipressa fino al finale. Io gli darò consigli, ma è più questione di cercare il momento in cui si può fare qualcosa: alla fine sono attimi e lui ha già più esperienza di me in quei frangenti.
M. Francia: Un’ultima cosa: oltre a Jonathan Milan, chi è il prossimo velocista italiano di riferimento?
Per me Jonathan oggi è il più forte al mondo insieme a Philipsen e Merlier, e ha una super-squadra intorno. Per il futuro, il nome per le volate è Alessio Magagnotti. Lo conosco per averlo incrociato in pista; chi lo ha cresciuto dice che sarà un fenomeno. Fare terzo al debutto tra i pro da Juniores è un segnale enorme. Vedremo poi se Alberto Dainese, passando alla Tudor (ex Quick-Step), farà il salto di qualità. Lì l’ambiente è vincente e sanno come portare un velocista agli ultimi 200 metri. Spero sfrutti questa occasione, può essere la svolta della sua carriera.
A cura di Paolo Armentini
2) Ciclovia del Tagliamento: in bici lungo il fiume che respira
Ultimo grande fiume alpino d’Europa a scorrere ancora libero, senza dighe né argini artificiali, il Tagliamento è una linea d’acqua che attraversa il Friuli-Venezia Giulia dalle Dolomiti fino al mare. Seguendo il suo corso, si può pedalare per 187 chilometri attraversando le Dolomiti Friulane, borghi di pietra, ghiaioni, campi coltivati e rive silenziose, fino a Lignano Sabbiadoro.
La Ciclovia del Tagliamento (FVG6) è l’itinerario perfetto per chi ama il viaggio lento. Le piste ciclabili si alternano a strade poco trafficate e a sterrati compatti, ideali per bici da trekking, gravel e mountain bike. Senza fretta, però.
Dalle sorgenti alla Carnia
Si parte dal Passo della Mauria: si segue la strada principale per i primi chilometri, passando da Forni di Sopra e Forni di Sotto, fino alla galleria del Passo della Morte, e poi giù verso Ampezzo.
Da Socchieve la ciclovia mostra il suo vero carattere: il traffico sparisce e la strada lascia spazio a sterrati e vie secondarie che portano a Enemonzo, Villa Santina e Tolmezzo, tra chiesette, campi aperti e poti che scavalcano torrenti gelidi.
Il cuore del fiume
Superato il ponte di Verzegnis, il Tagliamento diventa protagonista assoluto. Si pedala accanto al lago di Cavazzo Carnico, seguendo tratti della vecchia ferrovia, e si arriva a Braulins. Qui bisogna fare una scelta: seguire il percorso più panoramico (ma più impegnativo), verso il Lago di Cornino e il parco dei grifoni, o quello più fluviale e di media difficoltà, passando da Osoppo e dalle Risorgive di Bars.
Verso la pianura e fino al mare
Superata Cimiano, il paesaggio si apre: Sterrati, laghi, grotte sotterranee, piccoli centri abitati e lunghi argini accompagnano i cicloturisti alle porte della pianura friulana. Dopo Latisana e Bevazzana, l’ultimo tratto è una promessa mantenuta: il ponte girevole sulla Litoranea Veneta, l’argine finale, e poi Punta Tagliamento, dove il fiume si arrende al mare.
Perché scegliere la Ciclovia del Tagliamento
Pedalare lungo la FVG6 significa attraversare una regione seguendo il ritmo dell’acqua, assecondarne le curve e fermarsi quando il paesaggio lo richiede. Per seguire questa via servono tempo e curiosità, ma in cambio si può provare la sensazione liberante di qualcosa che non è stato addomesticato.
La ciclovia è segnalata lungo tutto il percorso.
Sul sito FIAB di Gemona è disponibile la traccia GPX con il dettaglio completo dell’itinerario.
A cura di Silvia Cannas Simontacchi





