Prima del numero 109
Record da battere e compagni di viaggio da omaggiare alla vigilia della Corsa Rosa
1) Nove spunti sul Giro 109
Si sta per alzare il sipario sulla edizione 109 della Corsa Rosa e la startlist che si va man mano componendo evidenzia la presenza di un corridore su tutti: Jonas Vingegaard. Reduce dal suo primo trionfo alla Vuelta a España lo scorso settembre, a 29 anni la stella danese della Visma | Lease a Bike debutterà al Giro d’Italia con il grande obiettivo di diventare l’ottavo corridore della storia del ciclismo a vincere tutti e tre i Grandi Giri. Prima di lui, ci sono riusciti nell’ordine soltanto Jacques Anquetil, Felice Gimondi, Eddy Merckx, Bernard Hinault, Alberto Contador, Vincenzo Nibali e Chris Froome. Potrebbe anticipare così il grande rivale Tadej Pogačar, al quale manca ancora la Vuelta.
In casa Italia, grandi speranze di podio sono riposte nel 22enne Giulio Pellizzari. Dall’ultimo trionfo azzurro firmato Nibali nel 2016, soltanto lo stesso corridore siciliano (2° nel 2019) e il corregionale Damiano Caruso (2° nel 2021) sono stati capaci di centrare la top 3 nella classifica finale della Corsa Rosa.

Più in generale, l’auspicio è che il plotone azzurro possa migliorare lo scarno bottino di successi di tappa ottenuto nella passata edizione, dove soltanto Christian Scaroni nella 16ª tappa riuscì a cogliere il successo. Il 28enne bresciano, già a segno tre volte nella prima parte di stagione, andrà a caccia del bis in questa edizione 2026. Nella sua squadra, la XDS Astana, menzione particolare per Matteo Malucelli, esordiente in un Grande Giro a quasi 33 anni. Lo sprinter forlivese è l’unico corridore al via del Giro ad aver già vinto sull’inedito traguardo di Burgas, che assegnerà la prima Maglia Rosa: era l’edizione 2024 della corsa a tappe bulgara e vestiva la maglia del JCL Team Ukyo.
Sempre in ottica vittorie di tappa, sono cinque i corridori al via a cui manca il successo al Giro per completare la trilogia di tappe vinte nei Grandi Giri: Jonas Vingegaard e il compagno Sepp Kuss, Thymen Arensman, Adam Yates e il veterano Wout Poels. Merita inoltre menzione il debutto assoluto in un Grande Giro per il campione del mondo in carica di Mountain Bike Alan Hatherly con il team Jayco-AlUla. Come nota più amara, invece, per il secondo di fila le strade del Giro non vedranno sfilare la maglia tricolore. Non è infatti stato selezionato dalla Jayco Filippo Conca. In proposito, l’ultima volta che il campione italiano ha alzato le braccia al cielo nell’arrivo di una corsa risale ormai a 3 anni fa, proprio alla Corsa Rosa, un successo firmato Filippo Zana.
Dal punto di vista delle nazioni presenti al via, il Giro 2026 vedrà la partecipazione per la prima volta nella storia di corridori provenienti da Malta e dall’Uruguay: si tratta rispettivamente di Andrea Mifsud del Team Polti VisitMalta (di nazionalità francese fino al 2024) e di Thomas Guillermo Silva della XDS Astana. Inoltre, dopo 14 anni torna un rappresentante dell’Uzbekistan (Nikita Tsvetkov, Bardiani CSF 7 Saber) e dopo 15 uno del Cile (Vicente Rojas, sempre della squadra dei Reverberi).
A cura di Michele Moretti
2) Dalla festa alla tragedia: quando il Giro d’Italia ha vestito il nero del lutto
Alle volte il destino non ha pietà: aspetta le sue vittime dietro a una curva, in fondo a una discesa, nel mezzo di una volata affollata. Anche il ciclismo ha le sue croci e i suoi martiri da commemorare in giro per il mondo: la mente corre alle tragedie di Tom Simpson, ucciso da un mix letale di anfetamine e alcol mentre scalava il Mont Ventoux in una torrida giornata di luglio 1967, e di Fabio Casartelli, che pagò con la vita un impatto tremendo con un parapetto lungo la discesa del Col du Portet d’Aspet, anno 1995. Altri nomi, altre ferite al cuore: Manuel Sanroma, Joaquim Agostinho, Andrei Kivilev, Gino Mäder, Antoine Demoitié, Samuele Privitera, Muriel Furrer, Serse Coppi, Alessio Galletti e troppi altri ancora. Un dolore che non ha risparmiato neppure il Giro d’Italia, dove hanno perso la vita quattro corridori, ai quali bisogna aggiungere un giovane spettatore, l’undicenne Giancarlo Manzi, travolto dal crollo di una tribuna sul traguardo di Terracina nel 1969, e il motociclista Fabio Saccani, vittima di un incidente in moto prima della 10ª tappa dell’edizione 2009. Chi erano Orfeo Ponsin, Juan Manuel Santisteban, Emilio Ravasio e Wouter Weylandt, gli atleti che hanno perso la vita sulle strade della Corsa Rosa?
Orfeo Ponsin, il contadino che inseguiva il riscatto pedalando
Fatica e sudore: il ciclismo ha molto in comune con la vita di chi lavora nei campi. Una necessità ineludibile all’alba degli anni Cinquanta, quando l’Italia portava ancora ben visibili i segni della guerra. La campagna era l’unica fonte di sostentamento della famiglia Ponsin: padre, madre e otto figli che avevano lasciato il Veneto per trasferirsi in Piemonte. Una storia comune a quella di tante altre famiglie che avevano consacrato la loro vita al lavoro. Con un solo diversivo: la bicicletta. Seguendo l’esempio del capofamiglia, che aveva corso tra i dilettanti, anche la prole si dedica all’agonismo. Il più brillante è senza dubbio Orfeo, passato professionista nel 1951 con la maglia della Frejus, che lo schiera anche al via del Giro d’Italia. Non arriverà a Milano, complice una caduta nella tappa di Cortina d’Ampezzo, ma il suo esordio è stato comunque dignitoso.
Non avrebbe dovuto correre la successiva edizione del Giro: i tecnici gli avevano preferito Silvio Predoni, che aveva però dovuto rinunciare per un problema di salute. E così, Orfeo Ponsin si unisce all’ultimo momento alla carovana che parte da Milano il 16 maggio 1952. Quattro giorni dopo, si disputa una delle tappe più lunghe della 35ª edizione: partenza da Siena, arrivo a Roma dopo 250km abbastanza nervosi. Il giovane veneto corre sotto coperta, in attesa del suo momento: lo aveva promesso alla famiglia, alla fidanzata Ada, ai suoi amici. A pochi chilometri dalla Capitale, però, Ponsin perde il controllo della bicicletta lungo la discesa di Borgo Merluzza: finirà la sua corsa contro un albero. La corsa all’ospedale Santo Spirito è vana: la frattura alla base del cranio gli è fatale. Non aveva ancora compiuto 24 anni e, come tanti altri, correva per scampare ai morsi della fame.
Juan Manuel Santisteban, un ragazzo di Cantabria
Era il clown del gruppo, un po’ per i lineamenti bizzarri, molto perché non perdeva occasione per ridere e scherzare. Juan Manuel Santisteban, 32 anni, non era ancora pronto per il ritiro: il mestiere di gregario alla KAS-Campagnolo, la squadra di punta del ciclismo spagnolo negli anni Settanta, non gli dispiaceva affatto. Quando mette il numero sulla schiena, l’atleta cantabrico rifugge i toni seriosi dei suoi colleghi: Santisteban sapeva come tirare su il morale della truppa. Anche per questo, i suoi compagni di squadra e i rivali della Teka - l’altra formazione di riferimento del movimento iberico - gli volevano bene. Il lavoro sporco per i capitani, però, non gli aveva impedito di macinare ottimi risultati: due successi di tappa alla Vuelta di Spagna, vittorie parziali al Giro di Catalogna e al Delfinato, la classifica finale della Vuelta Asturias. Niente male per un uomo di fatica. E gli uomini di fatica - si sa - devono tenersi sempre allerta: Santisteban non avrebbe dovuto partecipare al Giro d’Italia 1976, ma la defezione in extremis di Eulalio Garcia gli vale la convocazione per la corsa rosa. Venerdì 21 maggio si comincia a pedalare sulle strade della Sicilia: una dopo l’altra, si corrono due brevi semitappe adatte alle ruote veloci, la prima delle quali attraversa il circondario di Catania per poi concludersi nel capoluogo etneo. A circa 20km dalla fine, un compagno di squadra di Santisteban, Gonzales Linares, è costretto a fermarsi per una foratura. Assieme ad altri due uomini, il cantabrico rallenta per riportare Linares in gruppo. In un tratto di discesa, però, Santisteban perde il controllo della bici e, dopo aver urtato il guard-rail, ricade sull’asfalto. La situazione è disperata: il corridore spagnolo arriva in ospedale con il cranio fracassato. La notizia della sua morte arriva mentre il gruppo si sta preparando per la seconda semitappa. Qualcuno vorrebbe annullare la Catania-Siracusa in segno di lutto, ma alla fine si corre lo stesso, tra lacrime e singhiozzi. Undici giorni dopo, Antonio Menendez - anch’egli in forza alla KAS - onorerà la memoria di Santisteban, conquistando il traguardo di Gabicce Mare dopo una lunghissima fuga solitaria.
Un’altra tragedia sulle strade siciliane: il lungo addio a Emilio Ravasio
Nella sua lunga vita da direttore sportivo, Franco Cribiori ha sempre avuto l’occhio lungo per i talenti: Patrick Sercu, Roger De Vlaeminck, Pierino Gavazzi, Massimo Podenzana e Urs Freuler hanno corso (e vinto) alle sue dipendenze. E il corridore svizzero aveva dato un’altra gioia a Cribiori, aggiudicandosi il mini-prologo del Giro d’Italia 1986: un chilometro secco in Viale della Libertà a Palermo. Nella sua Atala-Ofmega stavano crescendo anche due ragazzi lombardi poco più che ventenni: Gianni Bugno ed Emilio Ravasio. Il primo è un debuttante assoluto sulle strade della corsa rosa, mentre il secondo aveva già partecipato l’anno prima alla festa di maggio. Dunque, è lecito pensare che Ravasio possa essere una spalla per l’ambizioso conterraneo fin dalla prima tappa in linea, da Palermo a Sciacca, in programma per lunedì 12 maggio 1986.
Lo stesso Bugno si mette in evidenza con un attacco nel finale prima del blitz risolutivo di Sergio Santimaria. Nelle retrovie, invece, si registra una caduta che coinvolge una decina di atleti, tra i quali Enrico Galleschi, il francese Charly Bérard (entrambi poi costretti al ritiro) e lo stesso Ravasio. Che, pur avendo battuto la testa sul cordolo di un marciapiede, rimonta in sella e raggiunge il traguardo con un distacco di 7’ dal vincitore. L’incidente non gli ha tolto il sorriso: Ravasio si mostra sereno e tranquillo con tutti. Eppure, dopo aver fatto la doccia, il corridore brianzolo chiede proprio a Bugno di chiudere la tenda: a suo dire, c’è troppa luce nella stanza, ma fuori è quasi buio. È il segnale che la situazione sta precipitando: di lì a poco, Ravasio perde conoscenza. Il suo compagno di camera avvisa il medico sociale della Atala-Ofmega, che chiama immediatamente i soccorsi. L’ospedale di Sciacca, però, non è sufficientemente attrezzato per seguire un caso così delicato. E così, Ravasio viene trasferito al Policlinico di Palermo, dove i medici gli asportano due vasti ematomi. Per due settimane, mentre la carovana risale la penisola, il corridore brianzolo lotta tra la vita e la morte. Il cauto ottimismo dei medici pian piano si spegne fino al tragico epilogo, che giunge mentre la corsa è arrivata a Foppolo, nel Bergamasco. Così com’era accaduto dieci anni prima, nessuno avrà il coraggio di fermarsi: un minuto di silenzio e il lutto al braccio, niente di più. A margine, poi, le solite, immancabili polemiche sull’uso del casco. Nell’estate del 1995, all’indomani della morte di Casartelli sui Pirenei, suo fratello Claudio denuncerà in un’intervista a «L’Unità» le lungaggini che hanno ritardato il ricovero di Emilio a Palermo e la successiva operazione salvavita.
L’ultima discesa della vita di Wouter Weylandt
Lunedì 10 maggio 2010: prima di lasciare i Paesi Bassi, il 93° Giro d’Italia fa tappa a Middelburg. Non c’è un metro di salita, ma il vento rimescola continuamente le carte e mette in seria difficoltà gli uomini di classifica, a cominciare da Cadel Evans, che perderà poco meno di 1’ dal gruppo dei migliori. All’arrivo si presentano non più di 25 corridori: i velocisti puri sono assai pochi. Tra di essi, c’è un portentoso fiammingo di 25 anni, Wouter Weylandt, che batte l’australiano Graeme Brown e il tedesco Robert Förster con una volata di pura potenza.
L’istantanea che vale un’intera carriera, anche se il belga aveva già conquistato un traguardo parziale alla Vuelta di Spagna e un paio di classiche di retroguardia, la Nokere Koerse e il GP Le Samyn. La sua carriera e la sua vita stanno per cambiare: dopo 6 stagioni alle dipendenze di Patrick Lefevere, Weylandt accetta la proposta di Luca Guercilena e della Leopard-Trek. All’inizio del 2011, poi, la notizia più bella: la sua compagna Anna Sophie aspetta una bambina. Tutto sembra volgere per il meglio, ma il suo debutto con la World Tour lussemburghese non è particolarmente incoraggiante: qualche apparizione in top10 e il brivido di una caduta sul rettilineo d’arrivo dello Scheldeprijs. Dopo una primavera avara di soddisfazioni, l’occasione del riscatto si presenta proprio al Giro. 364 giorni dopo la sua vittoria a Middelburg, la corsa rosa affronta una tappa abbastanza insidiosa, da Reggio Emilia a Rapallo, che propone la lunga scalata al Passo del Bocco prima di raggiungere l’arrivo. Il fiammingo perde contatto dal gruppo dei migliori in salita e si lancia all’inseguimento nel primo tratto di discesa. A ridosso di una semicurva, Weylandt si guarda per un attimo alle spalle: sarà una distrazione fatale. La sua bici sbanda paurosamente e tocca con il pedale destro il muro di contenimento. Questione di pochi, pochissimi istanti: il suo volo sull’asfalto è spaventoso. Il professor Giovanni Tredici - per tantissimi anni angelo custode della salute dei corridori - capisce che c’è poco da fare: Wouter Weylandt non dà più segni di vita. Vengono mobilitati immediatamente i soccorsi e un’eliambulanza per tenere accesa una fiamma di speranza sempre più tenue, che svanirà alle 17.24 di lunedì 9 maggio 2011. Benché la notizia della sua morte fosse già nota prima della fine della tappa, gli organizzatori della corsa decidono di adottare il metro della discrezione: la sua compagna sta viaggiando in auto mentre Wout sta andando incontro al destino. Il Giro d’Italia precipita in un dolore indicibile, che coinvolge tutta la carovana: il direttore generale di RCS Sport, Michele Acquarone, valuta persino l’ipotesi di annullare la corsa in segno di rispetto. Alla fine, però, prevale una scelta di compromesso: la tappa del giorno seguente (Genova/Quarto dei Mille-Livorno) si trasforma in un lungo e commovente corteo funebre in memoria del corridore con il numero 108, mai più indossato da alcuno dopo questa tragedia. In vista dell’ultimo chilometro, i suoi compagni di squadra (che si ritireranno in blocco a fine corsa) si staccano dal gruppo in compagnia dello statunitense Tyler Farrar, il migliore amico di Weylandt: taglieranno il traguardo uno di fianco all’altro, sopraffatti dal dolore.
Uno slancio di umanità che ricorda l’omaggio della Motorola a Fabio Casartelli al Tour de France 1995. Per un giorno soltanto, tutti hanno corso per la stessa squadra. Ed è stato bellissimo.
A cura di Carmine Marino







Complimenti Carmine davvero 👏