Risalite
Una miniguida, tra proposte e racconto, per la prima settimana italiana del Giro
1) Il Giro riparte dalla Calabria. La Calabria riparte dalle due ruote
Dopo la grande partenza in Bulgaria, il Giro d’Italia riparte dalla Calabria. La quarta tappa, infatti, prenderà il via da Catanzaro per raggiungere Cosenza, mentre il giorno successivo la corsa rosa sarà a Praia a Mare per dirigersi verso Potenza, lasciando quasi subito i confini regionali. Due tappe che segnano il ritorno del Giro in Calabria dopo l’ultima apparizione del 2022, con la Palmi- Scalea, e che portano a 68 il numero complessivo di tappe disputate in questa regione.
Ma più che un semplice ritorno, quello del Giro può essere letto come il segnale di una nuova partenza. Perché se storicamente la Calabria non ha mai avuto un rapporto semplice con la bicicletta, oggi qualcosa sembra muoversi. Il fatto che le istituzioni abbiano scelto di investire nuovamente sulla corsa rosa racconta una crescente consapevolezza di come il ciclismo possa essere molto più di un semplice evento sportivo, trasformandosi in uno strumento di promozione territoriale e una possibile chiave per ripensare il turismo regionale. Un cambio di prospettiva interessante, che ci auguriamo possa diventare strutturale, per una terra che, nonostante un patrimonio naturale e paesaggistico straordinario, solo negli ultimi anni ha iniziato a guardare davvero alle due ruote come opportunità.
L’anima verticale della Calabria
Se con i suoi quasi 800 chilometri di costa tra Tirreno e Ionio nell’immaginario comune la Calabria è soprattutto mare, chi la conosce davvero sa che la sua anima sta nelle sue montagne. La Calabria, infatti, è una terra verticale. Una regione in cui, salvo poche eccezioni come Reggio Calabria, città e borghi storici sono nati in altura, spesso lontano dalla costa. Solo il boom economico del dopoguerra ha portato alla crescita delle marine, trasformando i litorali in nuovi poli abitativi e commerciali. Prima, la vita era altrove. Era nei paesi dell’interno. Tra allevatori, contadini, artigiani. In territori aspri e difficili, per decenni raccontati quasi esclusivamente attraverso la cronaca nera dei sequestri e dell’isolamento.
Ma ridurre la Calabria a quella narrazione sarebbe un errore. Perché proprio quella durezza ha custodito uno dei patrimoni naturalistici e culturali più sorprendenti del Paese. Una Calabria fatta di foreste in cui il lupo della Sila continua a rappresentare una delle specie più selvagge, di pascoli in cui il maiale nero viene ancora allevato rigorosamente allo stato brado, di piccoli borghi di pietra aggrappati ai versanti e di santuari arroccati che sembrano irraggiungibili, come la Madonna delle Armi, incastonata nella roccia sopra Cerchiara di Calabria.
Una terra in cui proprio l’isolamento, imposto dalla sua complessa orografia, ha contribuito a preservare identità culturali uniche, come quelle delle comunità arbëreshë, discendenti delle popolazioni albanesi arrivate nel Sud Italia tra il Quattrocento e il Cinquecento, ancora oggi custodite in borghi come Civita, sospesi tra canyon e tradizioni secolari. Insomma, una regione in cui le montagne non sono soltanto sfondo paesaggistico, ma un vero e proprio elemento identitario. Una dorsale aspra e selvaggia che attraversa l’intero territorio, disegnando quattro grandi aree protette come il parco nazionale del Pollino, quello della Sila e quello dell’Aspromonte ai quali si affianca il parco regionale delle Serre. Ed è proprio lungo questo asse che prende forma uno dei progetti cicloturistici più affascinanti d’Italia: la Ciclovia dei Parchi della Calabria.
Ciclovia dei Parchi: il modo migliore per attraversare la vera anima della Calabria
Se esiste un itinerario capace di raccontare davvero la Calabria più autentica, è probabilmente la Ciclovia dei Parchi. Un progetto che attraversa l’intera dorsale montuosa della regione e consente di scoprire, con i tempi lenti della bicicletta, quella Calabria interna che troppo spesso resta fuori dai racconti del turismo di massa.
Parliamo di un itinerario appenninico di 545 chilometri che collega Laino Borgo, nel nord della regione, a Reggio Calabria, unendo strade a bassa percorrenza automobilistica, piste ciclabili e sentieri. Un viaggio che attraversa le quattro grandi aree protette citate in precedenza, lungo oltre 350 mila ettari di paesaggi naturali tra boschi, altipiani, laghi montani e piccoli borghi sospesi nel tempo. Non è il classico itinerario costiero da pedalata rilassata vista mare. L’altimetria, infatti, è tutt’altro che indulgente, con un dislivello positivo complessivo che supera i 10.000 metri, mentre la quota massima raggiunge i 1.560 metri nel cuore della Sila, in prossimità del Lago Arvo. Numeri che raccontano bene la natura del progetto: un viaggio vero, fisico, che richiede un minimo di preparazione e la voglia di confrontarsi con le asperità dell’Appennino meridionale. Ma è proprio questa dimensione a renderlo speciale. Perché pedalare lungo la Ciclovia dei Parchi significa entrare in contatto con l’anima più profonda della Calabria, quella più legata alle sue tradizioni e ai suoi ritmi lenti. Nel giro di pochi chilometri il paesaggio cambia radicalmente. Si passa dalle faggete del Pollino agli altipiani della Sila, dalle foreste delle Serre fino ai profili più aspri dell’Aspromonte, con la possibilità di deviare verso luoghi come il Lago Angitola.
Non si tratta, però, soltanto di un itinerario tracciato sulla carta. La Ciclovia offre già alcuni tratti ad uso esclusivo per ciclisti, realizzati o in fase di ampliamento grazie agli investimenti regionali. Tra questi spicca il percorso tra Morano Calabro e Castrovillari, ricavato sul sedime della vecchia ferrovia calabro-lucana, ma anche i segmenti attorno al Lago Ampollino, nel cuore della Sila, tra Villaggio Racise e Villaggio Mancuso, o lungo la variante del Lago Angitola.
Una ciclovia impegnativa, ma sempre più accessibile
Per quanto la Ciclovia dei Parchi attraversi un territorio tutt’altro che semplice, il progetto è stato pensato per essere concretamente percorribile anche da chi non vuole affrontarlo in totale autonomia. L’intero tracciato è completamente segnalato, con una cartellonistica dedicata che accompagna il cicloturista lungo tutte le tappe, comprese indicazioni specifiche per la sicurezza stradale e richiami al rispetto della distanza di sorpasso da parte degli automobilisti.
Anche la struttura stessa dell’itinerario va in questa direzione. Il percorso è stato suddiviso in 12 tappe, con distanze comprese tra i 31 e i 58 chilometri e livelli di difficoltà differenziati tra facile, intermedio e impegnativo. Un’impostazione che permette di adattare il viaggio alle proprie gambe, scegliendo un approccio più sportivo o, al contrario, un’esperienza più lenta e contemplativa.
Attorno alla ciclovia, inoltre, negli anni è nata una rete di servizi che rende l’esperienza molto più semplice di quanto si potrebbe immaginare guardando soltanto altimetrie e dislivelli. Esistono punti noleggio bici ed e-bike, strutture ricettive bike friendly, campeggi attrezzati, aree di sosta dedicate e la possibilità di affidarsi a tour operator specializzati che organizzano viaggi guidati, anche con supporto logistico per il trasporto bagagli e assistenza tecnica.
Per chi vuole pianificare il viaggio in autonomia, esiste anche un portale dedicato che raccoglie tutte le informazioni utili, tra cui le tracce GPX delle singole tappe, i servizi disponibili lungo il percorso, fino ai racconti e alle testimonianze di chi la ciclovia l’ha già percorsa. Un dettaglio che racconta bene la maturità di un progetto che non si limita a tracciare un itinerario, ma prova a costruire una vera esperienza di viaggio.
Non a caso, il progetto ha raccolto riconoscimenti importanti anche a livello nazionale. Nel 2021 si è aggiudicato il Green Road Award, considerato l’Oscar italiano del cicloturismo, ex aequo con la Provincia Autonoma di Trento, premiato per l’impegno nella valorizzazione del turismo sostenibile e della mobilità lenta. Più recentemente, nel 2024, è arrivato anche l’Oscar dell’Ecoturismo assegnato da Legambiente, che ha sottolineato la capacità del progetto di generare un’economia turistica positiva e a basso impatto ambientale, senza la necessità di nuove grandi infrastrutture.
La Calabria riparte dalle due ruote
La Ciclovia dei Parchi non è un episodio isolato, ma il segnale più evidente di una regione che sta lentamente provando a cambiare il proprio rapporto con la bicicletta. Storicamente la Calabria non è mai stata una terra centrale nella geografia del ciclismo italiano. Le distanze, l’orografia complessa, infrastrutture non sempre pensate per chi si muove su due ruote, ma anche una tradizione agonistica tutto sommato marginale hanno contribuito a renderla periferica rispetto alle grandi geografie del pedale. Nomi come Domenico Coppolillo, Roberto Sgambelluri e Francesco Reda restano tra i riferimenti più noti del passato, mentre l’ultimo calabrese ad affacciarsi al professionismo è stato Francesco Manuel Bongiorno, che ha chiuso la carriera nel 2021.
Eppure qualcosa si sta muovendo. Lo dimostra la nascita della Ciclopedonale della Val di Neto, inaugurata nel 2024 nel cuore del Crotonese. Un itinerario decisamente più accessibile rispetto alla Ciclovia dei Parchi, pensato per un cicloturismo lento, familiare e meno prestazionale. Trentotto chilometri che seguono il corso del fiume Neto fino al Mar Ionio, attraversando aree naturalistiche protette, siti archeologici, castelli, paesi fantasma e alcuni dei borghi più affascinanti del territorio. Un progetto interessante anche perché si connette alla Ciclovia dei Parchi all’altezza del Lago Ampollino, offrendo idealmente a quel grande asse montano uno sbocco verso il mare.
Ma il cambio di prospettiva emerge anche in progetti ancora più ambiziosi, come la Ciclovia della Magna Grecia, destinata a collegare Basilicata e Sicilia lungo oltre 1100 chilometri, di cui più di 800 proprio in Calabria. Un asse cicloturistico che punta a unire coste, parchi archeologici, città d’arte e antiche colonie magnogreche, offrendo una lettura completamente diversa della regione. Segnali differenti, certo, ma profondamente coerenti. Perché forse la Calabria non diventerà mai una destinazione naturalmente bike friendly come le Fiandre o il Trentino. Ma proprio la combinazione tra paesaggi estremi, montagne, storia millenaria e biodiversità la rende uno dei territori italiani con il potenziale più sorprendente per chi ama viaggiare in bicicletta.
a cura di Umberto Bettarini
2) Blockhaus: (non si è mai) soli sulla montagna
Lettomanoppello, ore 21.30 - sabato
“Qui d’inverno si scia e si vede il mare”
A parlare è il carabiniere che sta controllando i nostri documenti, poco prima di interdire il passaggio alle altre autovetture. Sono le nove di sera ed siamo esausti dopo una giornata di viaggio: siamo stati tra gli ultimissimi a salire in vetta.
Bacoli, ore 11.30
La giornata inizia frenetica con un tratto di quelle lunghissime statali campane circondate da mobilifici, centri commerciali e pini marittimi. Parcheggiamo la macchina in una zona di sosta libera. Tutto intorno, il paesaggio linguistico è quasi ostile persino a noi corregionali: sono zone di pescatori dall’accento forte e di emigrati tornati importando (chissà da quale città americana) la cheesestecca.
L’idea è arrivare a Monte di Procida, sulla breve salita del circuito che i corridori ripeteranno per cinque volte. Ci mettiamo due ore di buon cammino ad approdare in una zona ombreggiata dietro il guardrail, dopo una breve sosta nella zona della baia, dove l’aria è quella della domenica e tutto è rivestito di rosa, anche se quelli che giocano a calcio in canoa non sembrano accorgersi più di tanto il prossimo passaggio della corsa. Davanti a noi, un fiero abitante del posto pianta una bandiera con lo stemma borbonico e qualche cartello in omaggio a Nibali, prossimo al ritiro.
Il gruppo è scintillante: quando passa compatto in salita balugina come un braccio di mare sul quale batte il sole di mezzogiorno. Ma non c’è tempo, non c’è mai tempo, perché in un attimo sono andati via e noi dovremmo aspettare quasi un’altra ora prima di vederli passare nuovamente: impossibile pensare di attuare il resto del nostro piano, di arrivare alla meta finale di questa giornata con queste tempistiche. Brevemente ragioniamo: approfittando del circuito, andremo in contro alla corsa tornando verso l’auto. Ci gettiamo di nuovo in strada e il caldo che sale dall’asfalto nuovo ci colpisce in pieno come uno schiaffo.
Passaggio due. Rettilineo pieno di gente, curva, il rumore degli elicotteri bassi è fortissimo.
Passaggio tre. Urtiamo un tizio che sta facendo un video: ci dà addosso, ma continuiamo a correre lungo la salita, verso il gruppo che arriva.
Passaggio quattro. Recupero una borraccia vuota della Bahrain-Victorious: potrebbe averla lanciata Landa o Bilbao, due dei nostri preferiti.
Passaggio cinque. Prima la fuga, poi il gruppo, tra le strade tortuose per uscire dall’abitato. Un uomo di mezza età applaude più ai mezzi della polizia che al passaggio dei corridori: ognuno ha le sue priorità.
Bonus. Troviamo la strada che i corridori imboccheranno per tornare verso il centro di Napoli e ci sediamo sul muretto di contenimento, stanchi ma felici di questo nuovo e fortuito incontro col peloton. Del gruppo ricordo solo Jonathan Castroviejo, che tira con Hugh Carthy a ruota. Un soigneur della Eolo Kometa ci lascia una borraccia che i corridori non hanno voluto: lo ringraziamo mentre torna di corsa verso l’ammiraglia.
Non vediamo l’arrivo della tappa, che si conclude con l’ennesima zampata di Thomas De Gendt dalla fuga che beffa la star del tentativo che anticipa il gruppo, Mathieu van der Poel. Siamo già in macchina: ci aspetta qualche altra ora di viaggio.
SS749 + A25, sera
Arrivare in Abruzzo da una delle punte estreme della Campania non è semplice. Sono le sette e su questa statale immersa nei boschi, tutta su e giù, la nostra sembra l’unica auto nel raggio di chilometri: quando finalmente riusciamo a rientrare in autostrada, la visione di un furgoncino dell’organizzazione, di quelli che portano striscioni pubblicitari e transenne, è come un’apparizione mistica. Stiamo andando nella direzione giusta. Intorno a noi un crepuscolo strano: le montagne chiare in lontananza si stagliano su un orizzonte sempre più blu, la luna sale già a riempire il cielo e la valle sottostante. Il nostro compagno di viaggio prende un’uscita prima della nostra: ci si stringe un po’ il cuore, mentre la notte inesorabilmente cala e iniziamo la nostra personale scalata al Blockhaus. Le strade sono completamente deserte: chi doveva salire è già salito e solo i pali gialli e neri che delimitano la carreggiata quando c’è neve ci fanno da guida in questa silenziosa marcia. Poi il posto di blocco: siamo praticamente arrivati. Nel nostro ricovero per la notte, attorno alla tavola imbandita, ci si scambia informazioni più o meno tecniche sulla corsa e la bici in generale. Finalmente possiamo riposare.
Cima Blokhaus, ore 10.30 - domenica
Il Blockhaus è la nostra prima montagna in un Giro che ha già scalato l’Etna e vede JuanPe Lopez, il piccolo e incazzoso scalatore spagnolo della Trek, in maglia rosa. Si vede che non abbiamo mai seguito una tappa come questa: il nostro vestiario è inadeguato e non abbiamo cibo mentre, appena arriviamo nella zona dove è posto il traguardo, quelli più scafati di noi hanno già acceso la griglia fuori dal camper. È un circo di colori e odori e gente alle transenna in abbigliamento tecnico e sgabellino. Ci sediamo sul terrapieno dal quale possiamo avere una buona visuale degli ultimi 150m di corsa. La tappa parte poco dopo: a favore di teleschermo, seguiamo l’andamento della corsa per qualche ora, mentre il sole appare e scompare tra le nuvole e si alza un venticello freddo.
Durante la scalata non accade granché: la maglia rosa scaglia una borraccia contro un corridore della Jumbo Visma, ma quasi nessuno si stacca dal gruppo dei favoriti. Si potrebbe dire – come sempre in queste occasioni – che il Blockhaus non ci ha rivelato chi vincerà il Giro, ma chi certamente non porterà la rosa a Verona. In realtà il vecchio giudice abruzzese ha emesso il suo profetico responso in una sorta di scetticismo generale. Sarà che Jai Hindley è cresciuto ciclisticamente in Abruzzo, come la nostra televisione ha tenuto più volte a ricordare, sarà che questa regione gli porta fortuna, ma è proprio l’australiano a trionfare nella volatina ristretta. Un modo di interpretare il ciclismo che, a ripensarci a qualche anno di distanza, sembra quasi non poter più esistere.
L’entusiasmo del pubblico che assiste in diretta alla profezia del Giro ’22 è contenuto: c’è un’aria da sera del dì di festa e in molti pensano già a iniziare la lenta processione del ritorno. Rimaniamo in giro finché l’aria non si fa pungente, approfittando del fatto di non dover subito tornare: alla premiazione della maglia ciclamino siamo in cinque o sei spettatori, mentre Cavendish parlotta allegramente con Petacchi che ha da poco terminato la diretta tv. Rimane l’erba pestata dai piedi della gente, dagli pneumatici dei camper e dei camion, mentre, quasi per magia, l’arco dell’arrivo è già stato quasi interamente smontato. Il silenzio del monte che si spopola è vasto e sensibile, ma l’inquietudine non spegne quel formicolio alla bocca dello stomaco (che potrebbe essere fame, a quest’ora), la botta di endorfine da avventura che fa spalancare gli occhi e desiderare altre pazze rincorse da una regione all’altra, ancora e ancora.
La mattina dopo saliamo al monte per un ultimo saluto che ci restituisce la sua natura scontrosa, fatti di luce tagliente che si riflette sulla neve. La linea d’arrivo è un segno arbitrario dell’uomo e non c’è traccia della festa del giorno prima se non in qualche cartaccia qua e là, che un povero camioncino dell’immondizia si ribalta per recuperare.
A cura di Ilaria Pieri








