Stonature
Un ricordo di Gino Mäder e i battibecchi tra Federazione e Lega del Ciclismo Professionistico
1) Stonature
Il giorno in cui Gino Mäder è morto ho pianto per ore.
Tifavo per lui, ma senza troppo attaccamento. Mi ero preoccupata, sì, ma la verità è che non avevo capito niente della sua caduta, della sua gravità, di tutto quello che ha comportato per chi lo ha visto, soccorso, per la sua famiglia. Il peso della notizia mi è calato addosso come un colpo in testa.
Gino aveva un anno meno di me. Forse era anche per questo che lo sentivo così vicino. E, nel sorgere di una generazione di fenomeni, era un atleta normale. Al Giro del ’20 passò in ritardo, in maglia azzurra, accanto a noi che già lo tifavamo, incitandolo sullo strappetto criminale al termine della tappa di Guardia Sanframondi. Alla Parigi-Nizza dell’anno dopo, ripreso a poche centinaia di metri dal traguardo, mandò platealmente a quel paese Primož Roglič, che il karma ripagò molto duramente il giorno dopo facendogli perdere la corsa. Poi la bella vittoria al Giro d’Italia ad Ascoli Piceno, dalla fuga: troppo stanco anche per esultare sul traguardo.
Era un atleta normale, ma ciò che riverberava di lui come persona era più complesso e sfaccettato. Solo dopo ho scoperto che fosse vegetariano, che stesse per lasciare la Bahrain-Victorious anche per dubbi etici. Alla Vuelta a España del 2021 lanciò un’iniziativa: avrebbe donato un euro a un’associazione ambientalista per quanti corridori sarebbe riuscito a mettersi alle spalle a ogni tappa. Corse una Vuelta pazzesca al servizio di Jack Haig, riuscendo a fare classifica e strappando la maglia bianca a quello stesso Egan Bernal che confortò, al termine della tappa dei Laghi di Covadonga, con una pacca sulla spalla che si vide (purtroppo) solo in uno scorcio di inquadratura. Nel suo buffo inchino sul podio finale della classifica giovani vidi riflesso qualcosa della mia timidezza.

Poi un 2022 avaro di soddisfazioni e il 2023, annus horribilis. Il giorno stesso in cui è venuto a mancare ho sentito la necessità di scrivere una canzone. Avevo troppe domande in testa e solo risposte estremamente logiche e dolorose da darmi. Ho sperato che la musica potesse aiutarmi a tirare fuori qualcosa, ma nemmeno quella è riuscita a dare forma allo sgomento. Di quella canzone l’unica cosa rimasta sempre uguale è un giro di basso che scandisce le stesse due note, all’infinito, come un cuore che batte.
Il lutto ha colpito tutti: i corridori svizzeri lo hanno ricordato a ogni corsa; la Bahrain-Victorious ha affrontato il resto della stagione con Gino in mente. Magnus Sheffield e Quinn Simmons, che assistettero al suo incidente, ci hanno messo due anni per riprendersi: alla prima vittoria, la loro dedica è stata al cielo. Poi mille altre tragedie hanno distolto l’attenzione dal pensiero di quel ragazzo dal sorriso gentile. La Svizzera ha pianto un’altra sua figlia, Muriel Furrer, morta per essere rimasta invisibile, per ore, in un bosco dopo una caduta. Eppure niente si è fermato, né quel Giro di Svizzera, né il Campionato del Mondo dell’anno dopo, nel nome di una passione che pure ha portato alla morte.
E questo, negli anni, mi è sempre suonato in modo strano, distorto.
Quando lo sport continua anche se la vita finisce, anche quando cadono le bombe e il mondo brucia sotto le nostre ruote, allora forse davvero c’è qualcosa che non va, che stona e intacca la canzone. Come esseri umani rifuggiamo il dolore: forse può addirittura farci piacere trovare qualcosa di normale nell’anormalità di una situazione globale al tracollo, il ciclico e (quasi) perenne avvicendarsi delle corse, regolare come per secoli le stagioni per il contadino. Ma se alziamo la testa dal ciclocomputer, dal cellulare, dal pc, da ciò che stiamo facendo e ci guardiamo per un attimo davvero intorno, allora tutte le stonature emergono prepotentemente. Io credo che questo Gino lo avesse capito e stesse ancora cercando il suo modo di stare nel mondo.
Mi chiedo che cosa avrebbe potuto continuare a realizzare, a sperare di cambiare nella sua vita di atleta, di persona. C’è chi ha raccolto il suo testimone e spera che anche in futuro possano ancora esistere i ghiacciai. Nel solco che Gino aveva iniziato a tracciare, qualcuno continua a spargere semi. Atti piccoli, forse irrisori, mentre giganteggiano rovine e tiranni: piantare un albero, anche quest’anno, in sua memoria, in suo onore.
A cura di Ilaria Pieri
2) FCI e Lega Ciclismo, la rottura: cosa sta succedendo (e perché riguarda tutti)
Il giorno 11 giugno il presidente della Federazione Ciclistica Italiana, Cordiano Dagnoni, ha firmato una delibera che sospende con effetto immediato la convenzione che dal 2024 regola i rapporti tra la Federazione e la Lega del Ciclismo Professionistico. Una notizia che, vista da fuori, può sembrare un tecnicismo burocratico. Vista da dentro il movimento, è l’esplosione di una tensione che cova da anni e che ora rischia di travolgere proprio le settimane in cui il calendario italiano dovrebbe vivere uno dei suoi momenti più importanti: i campionati italiani di fine giugno.
La FCI e la Lega Ciclismo Professionistico
Per capire cosa sta succedendo bisogna partire da una distinzione tra i ruoli dei due enti. La FCI è la federazione sportiva nazionale: governa il ciclismo italiano in tutte le sue forme, dal professionismo al ciclismo amatoriale, fino alle attività giovanili e olimpiche, e risponde al CONI. La Lega Ciclismo, invece, è un organismo più ristretto, nato per occuparsi specificamente del professionismo su strada: rappresenta le squadre Professional e Continental italiane, dialoga con gli organizzatori delle corse, gestisce alcuni aspetti economici e promozionali del movimento agonistico.
Il punto fondamentale è che la Lega non è un ente indipendente dalla Federazione. Opera “su delega”: è la FCI che le affida, tramite una convenzione, l’autorità di occuparsi di determinati ambiti. È esattamente questo rapporto di delega (chi può fare cosa, e fino a dove) a essere oggi saltato
La scintilla: i diritti tv del tricolore donne
Il pretesto formale della rottura riguarda il Campionato Italiano Donne Élite, in programma il 28 giugno. Secondo la FCI, la Lega avrebbe trattato direttamente con la Rai la cessione dei diritti televisivi della manifestazione, senza autorizzazione federale. Un problema non da poco, perché la Federazione ha un proprio accordo storico con la Rai e considera quella materia di propria ed esclusiva competenza. Per Dagnoni, è stata la goccia che ha fatto traboccare un vaso già pieno.
Una frattura che viene da lontano
Per capire perché una questione di diritti televisivi abbia portato a una sospensione così drastica, bisogna tornare al 2022. In quell’anno alla presidenza della Lega venne eletto Mauro Vegni, allora direttore del Giro d’Italia: un’elezione che, di fatto, metteva l’organismo nelle mani di RCS Sport, la società che organizza il Giro. Dagnoni la considerò un’incompatibilità statutaria e sostenne il ricorso, presentato da Moreno Argentin, che portò alla decadenza di Vegni e a un commissariamento durato circa diciotto mesi, affidato all’avvocato Cesare Di Cintio.
Il nuovo statuto scritto dal commissario, però, non passò: fu l’assemblea dei soci, guidata da Paolo Bellino di RCS Sport, ad approvarne uno scritto interamente da RCS. Da quell’assemblea uscì la presidenza di Roberto Pella, deputato di Forza Italia ed espressione della linea di RCS Sport. Sotto la sua guida, la Lega ha cambiato pelle: ha attratto un finanziamento statale di circa 7 milioni di euro, si è dotata di una struttura propria, ha sostenuto economicamente gli organizzatori di diverse corse (tra cui la rinascita del Giro di Sardegna) e ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione fino a occuparsi anche di ciclismo femminile e di squadre Continental.
È proprio questo allargamento, secondo Dagnoni, il vero problema: il ciclismo femminile non è professionistico, le Continental sono squadre dilettantistiche, e dunque, sostiene il presidente federale, non rientrerebbero nel perimetro che la convenzione affida alla Lega. In un’ intervista rilasciata a Repubblica (guarda caso il principale quotidiano tra i concorrenti del Corriere della Sera in casa RCS) e uscita il 19 maggio, Dagnoni aveva accusato Pella di esercitare troppe ingerenze in ambiti non suoi, al punto da aver costruito una “Federazione ombra”.
I numeri dietro la tensione
Alla questione delle competenze si è aggiunta, nelle ultime settimane, anche una questione di soldi. Dagnoni ha reso pubblico un confronto tra i fondi pubblici ricevuti dai due enti da Sport e Salute: secondo le sue cifre, la FCI (che conta circa 100mila tesserati e deve sostenere anche l’attività olimpica) avrebbe ricevuto 9 milioni di euro, mentre alla Lega, che rappresenta 18-19 società, ne sarebbero arrivati circa 3,5 milioni. Un dato che il presidente federale ha usato per sostenere che la capacità della Lega di attrarre risorse pubbliche non si traduca in un reale beneficio per il movimento, con, sono parole sue, solo le briciole che arriverebbero realmente agli organizzatori.
A questo si è sommato, a fine maggio, anche un episodio personale: Pella avrebbe minacciato Dagnoni di rivolgersi alla Corte dei Conti, una minaccia che il presidente federale ha respinto pubblicamente con tono di sfida. Tra i due, ormai, non c’è più dialogo: solo dichiarazioni a distanza, spesso al veleno.
Cosa cambia da subito (e cosa no)
La sospensione della convenzione, sul piano pratico, blocca l’operatività della Lega: dovrà essere ratificata dal Consiglio Federale del 22 giugno, ma produce effetti già da ora. C’è però un’eccezione, voluta dalla stessa FCI: la delibera mantiene provvisoriamente valida la delega alla Lega per il Campionato Italiano Professionisti e la Crono Open, in programma proprio in quei giorni in Piemonte. Una sorta di tregua armata, limitata al minimo indispensabile per non far saltare l’evento.
È anche questa la ragione per cui le informazioni operative sui campionati italiani (percorsi, orari, dettagli sulla diretta televisiva) sono arrivate con un ritardo inusuale rispetto agli anni passati. Normalmente è la Lega, in coordinamento con gli organizzatori locali, a occuparsi della comunicazione di questi aspetti. Con la convenzione in bilico nelle settimane immediatamente precedenti, e con la stessa FCI che ha dovuto specificare per iscritto quali deleghe restassero valide e quali no, gli organizzatori si sono trovati a operare in una zona grigia: non era chiaro, fino alla delibera del 11 giugno, chi avesse davvero titolo per ufficializzare cosa. Il risultato è stato un cortocircuito comunicativo che ha tenuto sospese, fino all’ultimo, informazioni che in condizioni normali sarebbero state diffuse con mesi di anticipo.
Chi rischia di pagare il conto
Al di là delle questioni di principio, ci sono conseguenze molto concrete. Negli ultimi mesi la Lega si è dotata di una propria struttura, assumendo professionisti che hanno lasciato altri incarichi: sono posizioni di lavoro che ora diventano incerte. Gli organizzatori delle corse professionistiche, che negli ultimi anni avevano trovato nella Lega un interlocutore e in alcuni casi un sostegno economico, si ritrovano improvvisamente senza punti di riferimento, proprio nel mezzo della stagione (un momento ben più delicato dell’autunno, quando un anno fa la FCI sospese in modo analogo la convenzione con l’ACSI, l’ente di promozione sportiva amatoriale, paralizzandone l’attività per circa due mesi prima di un nuovo accordo.
A rischiare di più, forse, è il ciclismo femminile italiano, che proprio in questa fase di crescita si ritrova ostaggio di una contesa istituzionale che non lo riguarda direttamente, ma che lo coinvolge nei suoi effetti.
E adesso?
Il Consiglio Federale del 22 giugno sarà il primo banco di prova: si parla di possibili scenari che vanno dalla ricomposizione del rapporto, tramite una nuova convenzione negoziata da zero, fino a un nuovo commissariamento della Lega. Nel mezzo, resta da capire quale sia davvero l’obiettivo di Pella (politico, personale, o entrambi) e se la Federazione sia disposta a un dialogo che, al momento, sembra essersi interrotto. Quel che è certo è che il movimento ciclistico italiano, già in affanno per la crisi degli sponsor e la difficoltà di trovare spazi mediatici, non può permettersi a lungo uno scontro che, comunque finisca, lascia per ora il ciclismo stesso come unica parte in causa senza voce.
A cura di Paolo Armentini




